Strategia di comunicazione

Pochi posti rimasti per l’ultimo corso prima della pausa estiva. A Milano, il 28 maggio, sei ore per te.

Un anno fa la motivazione principale per cercare i fondi per Pleens era la possibilità di costruirmi da sola la piattaforma che desideravo come professionista. Non avevo ancora capito che in realtà stiamo lavorando per ottenere lo strumento che desidero come viaggiatrice. «La piattaforma di pubblicazione e il navigatore di ricordi che vorrei», scrivevo; oggi, dopo il viaggio in Norvegia dell’estate scorsa, aggiungo «il suggeritore di itinerari in tempo reale».

L’on the road viziato

Facciamo un passo indietro: ho sempre adorato i viaggi itineranti, meglio se in macchina. Il primo è stato in Australia, era il 1999 e avevamo comprato tutto in Italia, o meglio, un’agenzia viaggi specializzata aveva prenotato tutto dall’Italia. Voli, ovviamente, ma anche alberghi, escursioni, auto a noleggio e simili. Avevamo un itinerario dettagliatissimo e molto rassicurante: penso che per molti, ancora oggi, sia il modo migliore di viaggiare, anche se, per esempio, il pomeriggio dedicato a Shell Beach è arrivata l’ultima zampata del fuso orario e me la sono dormita in albergo, la spiaggia di conchiglie.

Saint Malo

Un salto di qualche anno, la reazione all’iperprenotazione: Taranto-Barcellona-Andorra-Bretagna, in macchina/traghetto/macchina. 2005. Prenotazioni: una. Per qualche strano motivo credevo che in Bretagna nella seconda metà di agosto ci fosse poca gente, da pugliese pensavo piove, chi mai ci andrà. La faccio breve: prima di capire cosa fare, dopo qualche giorno tra pensioncine pulciose, orrendi hotel anonimi e un colpo di fortuna, una gentile signorina alla reception di un hotel bellissimo mi dice «nous sommes complètement complet» e capisco che presentarsi albergo per albergo all’ora di cena non avrebbe mai funzionato. A quel punto avevo due possibilità: o pensare che non si poteva viaggiare così o cambiare strategia. Per fortuna abbiamo scelto la seconda :-)

Nell’on the road viziato ci sono sempre modi per combinare la serendipity della scoperta dei luoghi con la necessità di trovare senza impazzire un bel posto dove dormire e mangiare. In Bretagna, per esempio, anche in era pre-smartphone, era semplice: se volevi stare tranquillo prenotavi la tappa successiva da un Internet Caffè, se volevi rischiare bastava presentarsi alle reception intorno alle 18, ora in cui scadevano le opzioni. Tutto qui, basta saperlo: quello che mi colpisce è che con tanti consigli di viaggio nessuno divulghi mai informazioni simili.

Perché è così importante la serendipity, cioè la scoperta semicasuale di qualcosa che non stavi cercando? Perché complicare un viaggio che potrebbe essere una semplice check list dei posti belli da vedere in zona con alberghi più o meno comodi? Non so se sono strana io, ma già nel 2009 scrivevo in Viaggi in Rete* (qui il capitolo completo)

non sono mai riuscita a leggere una guida turistica prima di arrivare sul posto: è come se avessi bisogno di respirare l’aria di un luogo, di capire che luce c’è, di seguire una corrente invisibile che mi fa capire dove voglio veramente andare

Non è solo un approccio diverso, magari un po’ romantico: è che in un viaggio le circostanze esterne, gli umori, gli istinti del momento sono importantissimi, se piove e sono pigra farò scelte diverse da quelle migliori per una giornata di sole ed energia, programmare tutto è un rischio. Sempre in Viaggi in Rete scrivevo già anni fa:

i social media e i media digitali in genere ci hanno reso acutamente consapevoli di quanto possa essere poco interessante, dal punto di vista del viaggiatore, la realtà geografica oggettiva.

Non credo di essere l’unica a pensarla così: secondo una ricerca PhocusWright «one in five hotel stays during U.S. road trips are unplanned and booked from the road». Siamo nel 2014, abbiamo gli smartphone, un collegamento dati quasi ovunque (costi a parte) e centinaia di strumenti per scegliere strada facendo, senza dover decidere tutto mesi prima. Quindi tutto bene?

Abbiamo tutto quello che ci serve per viaggiare?

Assolutamente no. Gli strumenti che abbiamo – mappe, sistemi di prenotazione, recensioni, giudizi, consigli – sono ancora acerbi e spesso ci complicano il viaggio, spingendoci a fare scelte sbagliate. L’estate scorsa in Norvegia ho deciso di impegnarmi per usarli al meglio e, con tanti errori, ho scoperto un po’ di cose che stanno finendo tutte nel «Pleens design» e che comincio a raccontare qui perché Paolo Faustini, in partenza per la nuova Zelanda, mi ha chiesto un po’ di consigli.

Prima di tutto, il momento «vecchia zia»: per quanto amiate il caso, il rischio e l’improvvisazione prenotate sempre le prime due notti di albergo nella vostra prima destinazione, e sottolineo albergo: anche se il viaggio è breve o comodo o semplice vi sconsiglio soluzioni alternative come Airbnb o b&b, qualunque cosa richieda un appuntamento e un rapporto umano più impegnativo di capire il numero della stanza. Arrivate in una città nuova, spesso in una nazione diversa, magari in un altro continente e su un altro fuso orario: l’avventura vera e propria inizia la mattina dopo ed è importante che siate in forma per cogliere tutti i segnali e decidere le prossime mosse.

In estrema sintesi, ecco la triangolazione ideale: TripAdvisor per l’elenco completo, Booking (o simili, ma io amo Booking) per le prenotazioni, le app locali (se ce ne sono) e la narrativa locale per un minimo di contesto e per favorire il desiderio. Un buon navigatore software che non richieda collegamento dati (io uso Sygic), Airbnb a completare, considerando però che se la soluzione scelta non è in “instant book” dovrete per forza prenotare qualche giorno prima.

  1. TripAdvisor non è molto affidabile per le recensioni perché il set di giudizi medi di migliaia di persone difficilmente coinciderà con il vostro in quel momento. TripAdvisor è però preziosissimo perché vi aiuta a snidare quegli alberghi (o simili) che Booking non mette in evidenza e perché – anche se non sempre – vi dà informazioni di base che spesso sono difficili da trovare sui siti ufficiali (giorni di chiusura, numeri di telefono, orari). Ultimo motivo: la bussola (Point me there) di TripAdvisor è una delle più belle applicazioni di “Keep it simple, stupid” mai vista, mi chiedo perché non sia più in evidenza.
  2. Booking funziona bene da smartphone, da tablet e da desktop, è velocissimo e molto chiaro sulle diverse tipologie di camere; prenotare e cancellare una prenotazione è facilissimo, anche se può valere la pena fare una telefonata per prenotare direttamente (magari facendolo presente al checkin: la tua telefonata per loro significa dal 20 al 40% di fatturato). Per i giudizi vale quanto già detto per TripAdvisor, a complicare le cose non è detto che un bell’albergo – che l’albergo giusto per te – compaia tra le prime proposte, per questo non lo uso mai come motore di ricerca, solo di prenotazione.
  3. le app locali, se ci sono, sono utili, ma spesso fuorvianti. La celebratissima VisitNorway, per esempio, dà le indicazioni delle distanze in linea d’aria, cosa che nella terra dei fiordi genera equivoci comici (se si è di buon umore) e cerca disperatamente di farti usare il loro “route planner” che non è integrato con altri software di mappe e soprattutto dà indicazioni sbagliate (per esempio sorvola su quanti traghetti dovrai prendere e chiama le strade in modo diverso dalla segnaletica). Ho passato ore e ore a cercare su Google Maps o su Sygic i posti e gli itinerari che trovavo su VisitNorway, faccio fatica a pensare che non fosse possibile farli funzionare insieme invece che in alternativa. Non sto parlando di come andare da un posto all’altro ma di come beccare le bellissime “National Tourist Road”, che dovrebbe essere il  primo obiettivo di un’app geolocalizzata per turisti.

Fin qui, tutto abbastanza semplice: piccoli accorgimenti facili da applicare. Il difficile è il momento in cui la personalizzazione del viaggio diventa una cosa tra voi e il posto che visitate, una storia bellissima da raccontare ma impossibile da prestare a qualcun altro. Ecco, per me non c’è guida migliore a una destinazione dei romanzi e dei film ambientati in quel posto. Se viaggiate in paesi con una cultura ancora poco disponibile, parlate con le persone sul posto e leggetele online prima di partire. Non leggete i consigli di viaggio, leggete delle loro vite quotidiane. Ho amato Oslo perché è la città di Harry Hole, per me è impossibile dire se è bella o brutta. Mi sono annoiata a Bergen (bella ma non ci tornerei) ma ricorderò per sempre il cimitero di Randabygda e i due ragazzi che si preparavano il barbecue alla fine della passeggiata di Ålesund (in Norvegia il concetto di “finis terrae” ha infinite declinazioni).

Un po’ di consigli di viaggio che non c’entrano niente con la tecnologia

Altri consigli di viaggio messi a punto negli anni, ma che funzionano per una viziata coppia di quarantenni che preferisce la natura alla storia, non garantisco per gli altri:

  • non siate rigidi: se vi innamorate di un albergo o di un appartamento che richiede prenotazione molto tempo prima, fate girare il viaggio intorno a quella tappa, il gioco di scoperta sta in piedi lo stesso;
  • non siate tematici: va bene partire con un’idea (i fiordi) e tornare a casa con un tesoro nuovo (il verde);
  • alberghi belli e con personalità, mai catene a meno che non abbiate qualche dritta fidata; mille volte meglio una o due stelle in meno dell’anonimato;
  • almeno due notti nello stesso posto, in modo da avere almeno una giornata piena per godervelo senza dovervi preoccupare delle valigie (questo a maggior ragione se andate a correre);
  • valigie minimali, fino al punto di comprare e buttare vestiti; non fate quella faccia, ci sono capi di abbigliamento che costano meno di un caffè (che all’estero costa spesso più di una birra);
  • gli spostamenti in macchina sono il viaggio, se volete comunque vedere *anche* monumenti, musei e simili infilateli negli itinerari, non fatene la destinazione finale
  • per quanto bello sia il posto che state visitando ci saranno sicuramente tratti di strada noiosi in cui c’è poco da guardare; oltre alla musica e alle chiacchiere la lettura ad alta voce è un modo bellissimo per arricchire il viaggio, scegliete un libro che leggete solo così, vietato proseguire da soli
  • se avete figli vogliate loro bene, lasciateli a casa o cambiate tipo di viaggio
  • parlare con i padroni di casa è piacevole, ma se potete preferite situazioni tipo cottage o in cui comunque ci sia la possibilità di chiudersi dentro a chiave
  • siamo italiani, siamo viziati dalla bellezza storica: all’estero cercate altro

Torno a lavorare a Pleens, sperando di poterlo testare quest’estate quando riprenderemo il viaggio in Norvegia da dove l’abbiamo interrotto l’anno scorso: da Trondheim in su, verso le isole Lofoten.

*Viaggi in Rete è una raccolta di saggi a cura di Roberta Milano e Mario Gerosa, a rileggerlo oggi è ancora molto molto attuale.

Vuoi le coccole al lunedì mattina?

E poi:

Ci sono 4 commenti

    1. Perché i bambini si annoiano tantissimo nei lunghi viaggi, soprattutto in macchina, e preferiscono le vacanze stanziali e fare amicizia con altri bambini; non è una regola assoluta, ma la me stessa bambina odiava viaggi come questi :-)

  1. Io ho due bambini e siamo una di quelle che gli altri definiscono “una famiglia viaggiatrice”. Amiamo gli on the road. Il viaggio in auto certo non è un gran divertimento per nessuno, ma se ci si organizza e si fanno tappe strategiche, il tutto diventa molto più facile. Trovo anche che sia una questione di abitudine. Più lo fai e meglio genitori e bimbi imparano a gestire i tempi “morti” o cmq più noiosi. I bambini vanno educati al vaggio.
    Penso che sia proprio nella vacanza itinerante che si vivono i momenti più belli. Conoscono molti più bambini (ne conosciamo qualcuno in ogni tappa in cui ci fermiamo), vedono un sacco di cose bellissime (alcune delle quali davvero divertenti!) e, soprattutto, si confrontano continuamente con la diversità. Certo, l’itinerario deve tener conto delle loro esigenze ed includere tappe anche pensate per loro (noi usiamo il trucchetto: una cosa per loro ed una cosa per noi, funziona!)
    Come dici tu, però, non ci sono regole assolute. Quello che può valere per me non vale per un altro. E può darsi che, crescendo, anche esigenze dei miei figli cambino. E allora troveremo nuovi equilibri. L’importante però è essere consapevoli che si, si può viaggiare anche con i bambini. Ed è meraviglioso, senza retorica. Lo penso davvero.
    Un abbraccio!

  2. […] perfetta quando qualcosa va storto: un po’ di persone verranno invitate perché secondo noi hanno le storie perfette per le mappe che vorremmo ospitare, per tutti gli altri la registrazione sarà aperta da sabato e via via, con calma, apriremo a […]

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