Io non sono femminista, ma…
No, non va bene, riproviamo, che è come dire “ho tanti
amici gay”, la classica frase che significa che stai per dire qualcosa che la contraddice. E per contratto, essendo l’ambasciatrice italiana dello “YES, AND” non posso usare la parola BUT.
Riproviamo.
L’altro giorno mi sono collegata a una piattaforma di fatturazione che uso con soddisfazione per lavoro e mi sono ritrovata – di nuovo – una promozione nella bacheca. Infastidita, perché è un servizio a pagamento, noto comunque che, a differenza della promozione precedente, è possibile eliminarla. Rinfrancata, clicco. Potremmo dire: la sventurata cliccò.
Cliccando parte un video promozionale pensato nel solco della satira autoironica alla The Jackal, Casa Surace o Terzo Segreto di Satira. Sorrido. Poi un po’ meno. Poi mi incazzo. Del perché mi incazzo (e del cosa fare se siete anche voi clienti delusi che non rinnoveranno l’abbonamento alla scadenza) lascio parlare Alessandra Farabegoli, che è più precisa di me.
Io provo a far decantare l’incazzatura (e anche un po’ di amarezza per il grande successo di un video che definire sessista è poco) ragionando su cosa avrei fatto io al loro posto, cioè con una storia forte (e bella) e una narrazione che, appunto, spingerà un po’ di clienti a cambiare aria.
Colgo l’occasione anche per chiarire una differenza che spesso mette in difficoltà chi fa un corso di storytelling con me, la differenza cioè tra trama e narrazione.
La trama del video è semplice e forte: ti si presenta alla porta Iva, una ragazza dolcissima che ti seduce con mille lusinghe. Purtroppo la realtà è molto diversa e ti ritroverai in breve disperato e sotto scacco. Nessun lieto fine, se non “noi ti siamo vicini e possiamo se non altro aiutarti a tenere d’occhio tasse e fatture”.
La narrazione di questa trama però è stereotipata, semplicistica e sessista. Non è sessista perché ci sono un sacco di tette e di strizzatine d’occhio sull’aspetto fisico delle donne: è sessista perché nella storia Iva si trasforma in una stronza pazzesca, esattamente come la tua fidanzata/moglie/amante (sembrano pensare gli autori). Questa narrazione trasforma cioè un’idea brillante (ti innamori di Partita Iva e poi sono cazzi, noi ti aiutiamo a gestirli) in un’idea mediocre: Partita Iva è stronza come la tua ragazza, ah ah, vieni da noi che ruttiamo insieme.
Sarebbe stato possibile usare questa trama, con tutte le sue importanti ricadute sul brand e sul prodotto, senza usare stereotipi? O almeno senza stereotipi sessisti? A mio parere sì.
Sarebbe bastato far trasformare IVA in uno qualsiasi dei mostri a disposizione nel nostro immaginario narrativo: in un troll, in un ministro delle finanze, nell’Agente Smith, nei lucertoloni di Visitors, in Jabba di Star Wars, nell’Upside Down di Stranger Things. Non con costosi effetti speciali, ma con una maschera di cartone disegnata.
Sarebbe stato non solo possibile, ma molto divertente e anche generativo: puoi permettere di creare una gif animata personalizzata, puoi chiedere ai tuoi clienti di votare lo spauracchio che più di tutti simbolizza IVA, puoi fare a costi molto bassi tante versioni diverse, permettendo a tante persone diverse di immedesimarsi ancora di più. Tanto engagement, tanti lead: quando esci dallo stereotipo le possibilità aumentano, non diminuiscono.
Invece, breve storia triste: i miei ex fornitori hanno vinto una battaglia (grande plauso, numeri alti, immagino anche tante registrazioni) ma mi hanno cacciato a calci (e non solo a me) dalla loro storia. Per me un piccolo disagio, per loro un piccolo danno collaterale di un grande successo? Questa è una domanda aperta e solo il tempo potrà risponderci.
Ho appena visto lo spot (dopo aver letto il post di Alessandra Farabegoli e questo), ma confesso che anche a me sfugge lo scandalo – e sì che di solito per queste cose mi inalbero in fretta, ma in questo caso… boh…