Laboratorio di scrittura

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A volte si riesce a prendersi il tempo e il lusso di partire dalla distanza che serve e di entrare in profondità in un tema senza preoccuparsi di annoiare o di non farsi capire da una platea che, guarda caso, apprezza, forse perché non aspetta altro che qualcuno prenda fiato, si tappi il naso e si tuffi lì dove non si tocca più.

È stato il caso del panel «Il citizen journalism tra sfruttamento e democratizzazione» al Festival del Giornalismo di Perugia, uno dei pochi spazi in cui nessuno ti chiede di essere «divulgativo», parola sempre più sinonimo di «banalizzatore». Con Antonio Casilli e Giovanni Boccia Artieri ci siamo presi il lusso di fare il discorso a cui tenevamo, che non a caso è stato sintetizzato così:

Se siamo riusciti a dire qualcosa di interessante lo potete valutare da soli guardando il video dell’incontro, io ne approfitto per mettere per iscritto le cose che penso e che ho detto, più per capirle meglio io che per dirle a qualcuno.

Per quanto riguarda l’accesso alla professione giornalistica e la libertà di pubblicare quello che vogliamo ci sono diverse cose che mi stanno particolarmente a cuore e che ho in parte già affrontato in «La verità è che non sei bravo abbastanza». Quando parliamo di contenuti prodotti spontaneamente online è importante distinguere tra editori nativi digitali come Facebook, Twitter o Google ed editori tradizionali approdati al digitale. Nel caso dei primi io ritengo che il bilancio tra il servizio che ricevo e i contenuti che regalo sia in pari, cioè ci guadagniamo entrambi. Se così non fosse smetterei di usarli: la loro utilità dipende dai miei contenuti, la mia utilità dipende dal servizio offerto e dalle modalità con cui mi viene offerto.

Nel caso degli editori tradizionali, quelli che per moltissimi sono gli editori «veri», il livello del servizio offerto quasi mai rende interessante regalare loro quello che pubblico, a meno che (e sempre meno) non mi venga offerto uno spazio particolare caratterizzato da una selezione a priori. Anche qui è opportuno fare chiarezza: nel caso di Twitter, Facebook, il mio blog e simili sono io, con quello che pubblico e con la mia padronanza del mezzo, che mi faccio o meno strada e raggiungo o meno una visibilità maggiore di altri miei pari. Nel caso di testate online come l’Huffington Post (ma ovviamente non solo) una redazione decide – bontà loro – di offrirmi uno spazio in cui esprimermi in cambio dell’ormai famigerata “visibilità”.

Se uno accetta di scrivere gratis per conto terzi vuol dire che la visibilità per lui ha un valore, ma è doveroso essere consapevoli che così facendo si contribuisce a creare un meccanismo che porta inesorabilmente a stritolare chiunque voglia guadagnarsi da vivere scrivendo. Desiderio che, come ha sintetizzato Filippo Pretolani, assomiglia sempre di più «a far la coda per sedersi a una tavola sparecchiata da tempo”»

Fin qui siamo d’accordo tutti, o almeno credo: io però ho una posizione in merito che temo impopolare, anche se le reazioni dei ragazzi a Perugia mi hanno rincuorato. Io sono delusa tanto dagli editori tradizionali quando approfittano delle speranze di carriera dei futuri giornalisti quanto dai futuri giornalisti che sembrano vedere come unica possibile realizzazione della loro carriera l’assunzione in una testata tradizionale.

Come ho detto a Perugia accettare di essere pagati pochi euro a pezzo assomiglia molto a mettere la testa nel cappio del boia e a ringraziarlo pure, perché con pochi euro a pezzo non solo non si sopravvive, ma soprattutto, come dimostrato da tante storie recenti, non si va da nessuna parte. Precari a vita, appunto, perché se la tua unica speranza è l’assunzione non potrai fare altro che obbedire al tuo futuro padrone nella speranza di compiacerlo, prestandoti a compiti e accettando situazioni in cui difficilmente potrai esprimere un vero potenziale. Qual è il tuo sogno, farti assumere da una testata (una qualunque?) o guadagnarti da vivere facendo informazione? Perché no, non è più la stessa cosa, non oggi.

Cosa può fare allora chi ha comunque il diritto di provare a fare il lavoro dei suoi sogni? Se fare la fila scodinzolando non è la soluzione cos’altro ci resta? La risposta non è incoraggiante, ma almeno c’è una risposta: l’unica strada possibile è autopubblicarsi facendo quello che si sogna di fare senza un incarico e senza un editore tradizionale che paghi le spese. Non a caso a Perugia l’incontro con Andrea Marinelli, oggi alla vigilia del suo secondo reportage finanziato dai lettori, è stato tra i più seguiti ed emozionanti. La strada è quella, come dimostrano anche altre esperienze  e non ce ne sono molte altre, non solo per i singoli ma anche per le testate: chi ci arriva già allenato avrà sicuramente un vantaggio competitivo diverso da chi si sente “precario” senza un editore che gli dia il permesso di lavorare gratis o quasi.

Vuoi le coccole al lunedì mattina?

E poi:

Ci sono 3 commenti

  1. “Far la coda per sedersi a una tavola sparecchiata da tempo”, mi ha fatto venire in mente: non sarà che in tanti vogliono ancora fare i giornalisti per mangiare i cioccolatini e bere il caffè offerti in molte sale stampa?

  2. Ti leggo spesso. Spesso vuol dire ogni volta che cerco di scrivere qualcosa di intelligente sulla rete. È stato bello leggerti anche quando ancora non avevo la più pallida idea di che cosa tu stessi parlando!
    È un po’ che penso che un commento a questo post te lo dovevo (sai son pigra a commentare) e non per la citazione (per cui, inutile dirlo ho gongolato), ma per quello che hai detto sul boia e sul cappio. È una cosa che sento mia, perché l’ho vissuta in prima persona. Me lo sono domandato – tempo fa – vale davvero la pena svendersi?, ma in sordina. Ecco sentirlo dire ad alta voce fa un bell’effetto. Fa sembrare stupido l’aver dubitato della risposta. Sentirlo dire ad alta voce, e non a caso, mi fa tirare un sospiro di sollievo. Si può fare. Si può essere liberi professionisti per davvero.

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