I bambini piccoli non sanno né leggere né scrivere, lo sappiamo tutti: glielo insegniamo noi adulti e per farlo trasferiamo loro un metodo preciso che si basa quasi integralmente sulla riproduzione scritta dell’alfabeto fonetico. Prima fai un po’ di allenamento con aste, occhielli e compagnia, poi impari a scrivere con una calligrafia più o meno impostata, poi, quando sei sicuro, sviluppi la tua calligrafia che diventa una specie di impronta digitale.
L’alfabeto però sempre quello è: una tecnologia incredibilmente potente che a partire da un numero chiuso e certo di elementi permette combinazioni infinite. Un numero chiuso e certo: una a è sempre una a, una b sempre una b e via così. Per quanto tu possa essere anticonformista, fuori dagli schemi o, come si diceva un tempo, creativo, l’alfabeto lo rispetti e anche quando ci giochi lo fai nell’ambito delle lettere che hai a disposizione.
Possiamo alfabetizzare i bambini (o gli adulti) proprio per questo: poche regole certe, univoche e non discutibili perché arbitrarie, le impari al punto che ti sembrano “naturali” e le usi come strumenti. Il modo in cui le usi – dalla calligrafia al significato – fa la differenza, ma l’alfabeto quello è.
Ecco, Internet no. Un alfabeto digitale non esiste, perché i singoli blocchetti costitutivi delle esperienze possibili in rete non sono certi, non sono univoci e soprattutto non sono arbitrari e questo li rende discutibili e interpretabili. I bit possono essere tutto quello che voglio io e quello che voglio e ci faccio io è diverso da quello che vuoi e ci fai tu e questo è il bello ed è per questo che non posso «alfabetizzarti», al limite posso confrontarmi con te, posso raccontarti come ho fatto, perché l’ho fatto, se ha funzionato e per fare che cosa.
L’alfabeto quello è e funziona per questo; Internet è quello che io riesco a farci e funziona per questo. Chiunque pensi che sia possibile «alfabetizzare» un’altra persona al digitale non ha capito con che cosa ha a che fare.
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