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Il post precedente ha scatenato un putiferio che non mi aspettavo, anche perché pensavo che questo tema fosse ormai digerito; come noto, mi sbagliavo e la portata della conversazione mi ha fatto venire voglia di aggiungere un pezzettino anche perché, come scrivevo su Twitter:

Molti hanno pensato che il mio post fosse una critica a chi decide di vendere la sua presenza online nei modi che preferisce e preferisco chiarirlo qui: io critico chi lo fa male e ho un gran rispetto per chi lo fa bene. Come sintetizzavo su Facebook:

le markette tutte uguali fanno male a tutti, i progetti ben fatti fanno bene a tutti. Se qualcuno parla bene del mio prodotto perché l’ho coinvolto sono digital PR, se qualcuno mi aiuta a comunicare il mio prodotto perché lo pago è product placement o content marketing, se compro banner su un blog che li vende è pubblicità. Un blogger professionale non accetta di partecipare a campagne lontane dal suo stile, un’agenzia/azienda seria non chiede a chi parla di scarpe di piazzare un post sulla crema per le emorroidi. Non si comprano i pareri positivi (e neanche si vendono). #bigino

Come molti aspetti del lavoro di comunicazione non mi sembra esattamente fisica quantistica, eppure si fa ancora tanta confusione, infatti c’è chi denuncia il mancato pagamento dei pareri e chi cerca di avere gratis contenuti creati su ordinazione. La distinzione non è difficile: se ti uso come medium devo tenere separata la pubblicità dal contenuto (o almeno evidenziarla), se uso il tuo lavoro come professionista ti pubblico altrove o se usi i tuoi canali ti chiedo di evidenziare che stai lavorando per me.

Proviamo a fare un esempio: se ti invito a una serata e tu sei libero di venire o non venire, di raccontarla o meno, insomma, fai quello che meglio credi in base al tuo giudizio, alla voglia che hai e a quello che pensi possa interessare a chi ti segue, beh, in quel caso si chiamano digital PR e ognuno si regola come crede. Stesso discorso se ti mando un libro, un telefono, una bottiglia di vino, un uovo di Pasqua o un paio di scarpe: chi le riceve non ha nessun obbligo e un PR bravo non pretende niente, né tanto meno lo mendica.

Se ti invito a una serata e ti chiedo di essere lì mezz’ora prima, di fare una decina di tweet tutti con hashtag o link, di scattare almeno dieci foto e pubblicare un post entro domani in cui racconti le cose più interessanti successe, beh, si chiama lavoro. Io lo pago e suggerisco ai miei clienti di pagarlo, preferibilmente in euro. È chiaro che c’è un confine scivoloso, è chiaro che spesso il bene donato o prestato ha un valore o che spesso ci si sente obbligati per gentilezza, simpatia o buona educazione. Non stiamo parlando di mondi rigidamente separati e soprattutto sono mondi che si confonderanno sempre di più. In linea di massima però ci sono io da un lato che cerco di farti venire voglia di fare delle cose per me e se ci riesco sono brava, ma se ci riesco sei tu dall’altro lato che hai voglia di farle e nessuna costrizione. Come scrive Flavia Rubino:

non mancano solchi profondi anche nella mente degli attori della rete (o blogger o influencer o come abbiamo deciso di chiamarli), e questi li capisco meno, per esempio:  se scrivi qualcosa di un progetto branded ed è pagato, è ok, stai monetizzando, lo stai facendo bene, mentre se scrivi spontaneamente per la voglia di raccontare qualcosa di valore che ti ha colpito, ti stanno manipolando e stai regalando il tuo tempo.  Questa banalizzazione da sola varrebbe una collana di post.

Tornando ai nostri blogger, earned o paid che siano: a me fa solo piacere che si stia finalmente creando un ecosistema di pagamenti per ricompensare chi ha lavorato bene e spero che siano sempre di più, sempre più trasparenti, con sempre più progetti personalizzati e sempre meno markette copiaeincollate. Io preferisco lavorare sulla copertura spontanea dei prodotti dei miei clienti, ma è solo perché amo le missioni impossibili :-)

PS: nel frattempo ho scovato un altro Tumblr: «la risposta dei blogger a Campioncini»

PPS: per approfondire il tema leggi «Come guadagnano i blogger » di Paolo Ratto 

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E poi:

Ci sono 3 commenti

  1. […] Mafe De Baggis nei giorni scorsi ha dedicato due post sul suo blog sull’argomento. Il primo dal titolo “E anche i blogger sono ormai un paid medium” senza punto di domanda. Il secondo: Paid Media, Paid Work. […]

  2. Allora il principio che mi pare sfugga è “qual’è il bene”. La gente compra beni, per esempio nei giornali il bene è l’informazione, anzi per essere esatti è la “selezione” dell’informazione, infatti non mi pare di aver mai incontrato qualcuno che compra un giornale a caso. Allora quello che io ancora non ho capito il blogger chi è: Un selezionatore? Un aggregatore? Un fornitore di beni materiali come un negozio virtuale? Un Vate (come grillo) o è di tutto un po’ basta pagare? Poi un blogger è un “sito”, e quindi con pagine a pagamento per gli abbonati o un Blog nel senso tradizionale?

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