È uscito #Luminol

Aggiornato e illustrato da Roberta Maddalena Bireau. Che cosa ci rivelano i social media?

Takk (o del mio amore per la Norvegia)

Quando prima di arrivare pensi ai fiordi non hai tanto chiaro cosa vuol veramente dire, un fiordo. Una spaccatura tra montagne causata dal ghiaccio. Acqua illuminata dal sole, illuminata dalle nuvole, illuminata dalla pioggia. Pensavo che il mare aperto fosse la vista più bella, poi ho visto i fiordi.

Anni fa rimasi incantata dalla foto di un catalogo di viaggio: una ragazza su un pontile con in mano una tazza di caffè, i piedi nudi sul legno, la faccia rivolta al sole, acqua e verde ovunque. Il catalogo promuoveva i viaggi in Norvegia e io, sentendomi molto furba, liquidai il mio desiderio convinta che in Norvegia, sì, come no, il sole e i piedi nudi, ma se fa un freddo cane anche ad agosto? Tzè, a me non la si fa.

Anni dopo trovai sul mio comodino in campagna un libro di Jo Nesbø; pur avendo gusti diversi ogni tanto un libro fa il giro di tutta la famiglia, è stato così per Zafon e forse per Liza Marklund e in parte per Harry Hole, il protagonista di Nesbø. Il leopardo mi ha trasportato in Norvegia decuplicando l’effetto di quel catalogo: mi ha portato di forza a Oslo ma soprattutto in giro per rifugi, per vedere se davvero quello strano pianeta raccontato esisteva, con i suoi chiari e i suoi moltissimi scuri. Fa niente se piove e fa freddo, fa niente se dovrò mettere le calze ad agosto, andiamo.

Quella ragazza del catalogo l’ho impersonata quasi ogni mattina, quasi sempre con il sole e a piedi nudi, come da promessa pubblicitaria. Per tre estati di fila ho passato una settimana in quella posizione: caffè (buonissimo) a litri e piedi sul legno o su un prato a pelo d’acqua.

Colpo di fulmine: le strade

Il primo anno – tre estati fa – siamo arrivati in Norvegia il 19 agosto e abbiamo scoperto che era il primo giorno di scuola. Fine della stagione turistica, il che significa vivere giorni e giorni in assoluta solitudine. La vacanza perfetta, se ti piace: l’idea precisa che ho dei miei viaggi Norvegia è quella che i credenti hanno del paradiso, un posto bellissimo dove stai in pace (pur) non avendo assolutamente niente da fare.

C’è una Norvegia classica ed è quella che un po’ non conosco un po’ mi ha lasciato fredda. Bergen, per esempio, non mi ha detto granché: carina, bellina, vivace ma, per dire, nel genere mille volte meglio Oban o Skye (in Scozia). La Norvegia delle crociere, sia su navi moderne sia sul postale, non l’ho vissuta: è vero che la costa vista dal mare è bellissima, ma è anche vero che la sorpresa più incredibile sono state le strade.

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Credo sappiate che in Norvegia hanno in abbondanza due liquidi molto preziosi: acqua potabile e petrolio. Un paese rurale che diventa ricco può fare tante cose, per esempio giocare con l’ingegneria. Volete innamorarvi della Norvegia? Seguite una delle 18 “National Tourist Road”, uno straordinario esempio di natura selvaggia valorizzata e non distrutta dall’uomo. Che siano i ponti dell’Atlantic Ocean Road o i tornanti di Trollstigen poco cambia: ognuno delle 18 strade ha le sue sorprese e la garanzia di portarti attraverso e verso posti incredibili, fiordi e non fiordi.

Per tutti? No, la Norvegia non è neanche per molti

In qualsiasi direzione andiate potete contare su tre cose: una luce particolarissima anche quando è brutto tempo, un paesaggio naturale incredibile e molto, molto variabile (anche se l’acqua non manca mai) e costi assurdi per qualsiasi cosa. Beh, sì, un difetto il paradiso ce l’ha e non è da poco. Un viaggio low cost in Norvegia è possibile, perché ovunque ci sono campeggi o rifugi (cabin) in posizioni invidiabili, ma io non ci sono ancora riuscita, anche perché mangiare in casa facendo la spesa non è esattamente economico, a meno che non si voglia vivere di sardine, che sono buonissime e costano pochissimo. Invidio molto la Norvegia dei ciclisti e dei saccopelisti, ma non ho più le energie e la voglia per farlo. Se voi sì considerate che praticamente ogni strada, con poche eccezioni, ha una pista ciclabile e camminabile di fianco che permette anche di aggirare quasi tutte le gallerie.
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Non è una destinazione per tutti: in alta stagione credo che il rischio di code ai traghetti e di scarsa disponibilità di letti nelle zone più selvagge sia alto, non ci porterei bambini o ragazzi a meno che non vogliate farvi odiare per sempre, si mangia mediamente male (anche se in pochi posti benissimo) e fuori dalle zone più turistiche l’unica possibilità di prendere un caffè è la Coop, perché non ci sono abbastanza clienti per tenere aperto un bar.

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Il primo impatto con la Norvegia: Oslo

Il mio primo ricordo a Oslo sono due bambine con i dreadlock che giocano saltando nell’acqua di una fontana con la mamma che le guarda e ride. Era sera e c’erano 15 gradi e niente di tutto quello che vedevo corrispondeva alla mia idea di Europa del Nord. Tutto in Norvegia è pensato in funzione della luce, ma, contrariamente alle mie aspettative questo vuol dire una vita fuori, per strada, in giro, molto più che dentro.

Certo, gli interni sono sempre accoglienti e luminosi: è il motivo per cui il nordic design ha conquistato il mio e milioni di altri sguardi. A Oslo come molto più a nord tutto è pensato perché al primo raggio di sole sia possibile godersi la vita all’aperto, giochi nella fontana compresi. Ero in Norvegia da poche ore ed ero già follemente a casa, ma niente mi avrebbe potuto preparare all’escalation di bellezza dei giorni successivi.

A Oslo vivrei, anche se sì, devo passarci almeno due giorni d’inverno prima di dirlo; non è una città particolarmente interessante ma ha tanto cielo, tanta acqua, tanto caffè, un museo d’arte contemporanea progettato da Renzo Piano come una prua sul mare, l’Opera, dei giardini che mi dicono valere da soli il viaggio (devo ancora visitarli) e ristoranti straordinari. Da Madu la seconda sera abbiamo lasciato metà del budget dell’intero viaggio (hint: è un’iperbole, ma non troppo), ma senza nessun rimpianto. La chef sembrava la mamma delle bambine della fontana, anzi, sembrava una delle bambine della fontana.

Il treno Oslo-Bergen e altre storie

Da Oslo abbiamo preso il treno per Bergen, viaggio che è un’esperienza in sé come gran parte degli spostamenti in Norvegia, di terra e di acqua. Solo due accortezze: prenotate per tempo per avere posti vicino al finestrino e copritevi bene, perché l’aria condizionata è a livelli californiani, cioè fa un freddo cane. Bergen è bella ma di quelle bellezze per me un po’ noiose: la fila di casette di legno sul molo che scintillano al tramonto, il mercato del pesce (monopolizzato dagli italiani), la teleferica per salire e i sentierini per scendere, tutto un po’ yawn, ma si sa che io sono viziata. In compenso eravamo in un albergo bellissimo  e con un raro letto matrimoniale per davvero. Sì, perché in Norvegia quando va bene ti danno due lettini affiancati con il lenzuolo intero, quando va male il famigerato “letto norvegese”, cioè una piazza e mezzo con un lettino a castello sopra. Amando gli esterni si ameranno sui pontili ;-)

Gli alberghi in Norvegia sono cari, mai quanto i ristoranti, ma cari cari cari. La regola è semplice: un posto bello costa poco di più di uno brutto. Fai tu i conti :-)
Se vuoi risparmiare ci sono campeggi e cabin, ma devi portarti le lenzuola da casa e spesso fare le pulizie. Il mio consiglio è di evitare le catene, soprattutto i Rica, perché sono una specie di Motel solo a più piani e quasi sempre in piccoli centri che per noi italiani si rivelano un po’ squalliducci. In Norvegia i posti più belli sono isolati e se decidete di coccolarvi un po’ andate in un ClassicNorway (quasi tutti a Nord) o in un “historiske” hotel. Unica eccezione alla regola di evitare le catene: i Clarion, un po’ perché sono accoglienti un po’ perché hanno la cena inclusa nel prezzo della camera, che è sia comodo sia conveniente.

baggisA Bergen prendiamo l’auto e lì i miei ricordi si fanno confusi, perché se fino a quel punto ero innamorata della Norvegia una volta on the road la cotta si è trasformata in una passione di quelle che non capisci più niente. Alla prima casa con il tetto d’erba, olè, ero perduta, quando a Trondheim ho visto il negozio “Baggis” ho seriamente pensato di mettermi a cercare i miei veri genitori.

Nella strada tra Bergen e Trondheim abbiamo passato due giorni a Randabydga in un “cottage with magnificent view”, solo che non era vero che era “magnificent”. Era più come rinascere, ecco. Era di più, era un qualcosa che era assolutamente impossibile fare altro che non fosse guardare fuori, guardare il fiordo. Quando prima di arrivare pensi ai fiordi non hai tanto chiaro cosa vuol veramente dire, un fiordo. Una spaccatura tra montagne causata dal ghiaccio. Acqua illuminata dal sole, illuminata dalle nuvole, illuminata dalla pioggia. Pensavo che il mare aperto fosse la vista più bella, poi ho visto i fiordi.

Che cosa vuol dire davvero social-democrazia

Reidar, il gentilissimo pensionato padrone di casa, ci ha raccontato la sua vita da quando lui e la moglie hanno deciso di trasferirsi lì da Bergen e lì per la prima volta ho capito che cosa ci sfugge delle socialdemocrazie nordeuropee, e cioè che funzionano non solo perché sono pochi e ricchi, ma perché sono tutti estremamente indipendenti. Da noi stato sociale vuol dire mamma e papà che pensano a tutto, da loro vuol dire che ciascuno fa la sua parte, che in alcune zone, come quella in cui eravamo, vuol dire portarsi l’acqua in casa e, quando muore qualcuno, scavare la fossa. Vuol dire vecchi riti sociali, come dover andare a caccia per farsi accettare dalla comunità, dal Kommune, mentre noi abbiamo dimenticato che Comune vuol dire quella cosa lì, vuol dire persone che convivono in un posto.

Luoghi e hotel che mai avrei pensato possibili

fine del mondoOgni posto che lasciavamo pensavo “ecco, adesso il prossimo non potrà che deludermi” e ogni nuovo posto era più bello del precedente. La straordinaria solitudine di Sveggvika, sull’Atlantic Ocean Road, l’eleganza di Ålesund, cittadina distrutta dal fuoco e ricostruita più bella di prima, la vivacità di Trondheim, paradiso dei runner, le mille sorprese di Trollstigen e l’ultima, straordinaria cena nel posto forse più magico di tutti: il Vertshuset Hotel di Røros, una città mineraria scolpita nel tempo.

 

 

 

 

 

Quando il sole vi accarezza i piedi su un pontile dopo aver dormito nel silenzio interrotto solo dalle onde con la prospettiva di viaggiare per ore e ore su strade lunari e marziane e uscite dalla fantasia di un bambino con i Lego, quando aprite la porta della vostra stanza e scoprite che non è vista mare, ma è dentro il mare, quando vi ritrovate in alta montagna a soli duecento metri di altezza, ecco, rischiate di finire come me e cioè incapace di pensare a un’altra vacanza o a un altro viaggio, almeno finché non avrò percorso tutte le 18 strade. Siamo tornati in Italia ricchi di spirito e poveri in corone norvegesi, con un solo pensiero in testa: tornare l’anno dopo e l’anno dopo ancora, cosa che abbiamo fatto e che prima o poi vi racconterò.

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