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Il tafazzismo dei Mad Men

Grazie a Paolo Ratto ho potuto esprimere il disagio che provo da molto tempo nel veder continuamente liquidare il rispetto e l’attenzione per il cliente come una marginale questione di etica e non invece come il modo migliore di perseguire il proprio interesse nella situazione di affollamento di offerta in cui ci troviamo che ha portato, tra l’altro, alla crescita dei software di ad blocking.

Nell’intervista spiego, per esempio, come la goffaggine aziendale sui social media abbia spinto molte persone a rifugiarsi in spazi privati, perdendo per sempre la possibilità non solo di raggiungerle ma anche solo di ascoltarle. Dai social media (pubblici) al messaging (privato), dal palcoscenico a libero accesso alla festa in chat con gli amici di sempre: le persone sono sempre anni luce avanti e adattano l’uso dei media ai loro bisogni, a differenza delle aziende che sembrano al perenne inseguimento di quella che credono essere una mandria di buoi, ritrovandosi in una landa desolata in cui social media manager conversano garruli con social media manager, magari analizzandosi il sentiment a vicenda.

È un problema di Internet? È un problema nuovo? Eh, magari.

Il problema dell’affollamento pubblicitario non è così nuovo come molti pensano. Nel 1759 Samuel Johnson scriveva su The Idler: «Gli annunci pubblicitari sono oggi così numerosi, che sono letti con negligenza, ed è perciò divenuto necessario conquistare l’attenzione con magnificenza di promesse, e con eloquenza talvolta sublime e talvolta patetica».
(Il nuovo libro della pubblicità. Giancarlo Livraghi e Luis Bassat, 2005)

Secondo voi la diminuizione dell’efficacia degli spot televisivi alla fine degli anni ’90 è dovuta all’arrivo di Internet o ai break pubblicitari infiniti? Se decenni dopo ci ritroviamo con i software di ad blocking in crescita è colpa delle persone intolleranti o dell’intollerabile pressione pubblicitaria?

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