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Il piacere della conversazione

Solo un lettore può capire davvero il sottile piacere di riconoscere un'anima affine attraverso il linguaggio, che è ancora adesso, nonostante tutto, il motore di quasi tutta la socialità digitalizzata - anche quella tossica.

Qualche giorno fa, durante una lezione su come gli scrittori possono usare i i social media per promuovere i loro libri a un corso di Belleville, ho ancora una volta provato a spiegare quanto la buona conversazione online sia paragonabile all’esperienza di leggere un libro e quanto entrambe le attività siano, spesso, più piacevoli di una conversazione tra persone presenti nello stesso luogo.

Temo sia una di quelle affermazioni che o si capiscono al volo, perché l’hai provato, o pensi che io sia un po’ strana, per due motivi diversi: perché paragono la lettura alla conversazione online e perché oso infrangere un tabù, dicendo che l’esperienza fisica non è sempre meglio di quella digitalizzata.

A pochi però verrebbe in mente di schifare un’intensa relazione con un autore, magari morto da tempo, invitando chi lo legge a non perdere tempo con un simulacro di esperienza, quale è anche la lettura. E solo un lettore può capire davvero il sottile piacere di riconoscere un’anima affine attraverso il linguaggio, che è ancora adesso, nonostante tutto, il motore di quasi tutta la socialità digitalizzata – anche quella tossica.

Possiamo dire che, così come con i libri, online noi conversiamo con i pensieri altrui e che, esattamente come con i libri, non è necessario esplicitare e concretizzare questa conversazione. Posso sentirmi vicinissima a qualcuno e seguirla per mesi, se non per anni, senza manifestarmi, senza neanche un like. È il motivo per cui li chiamiamo social media, d’altra parte: li usiamo molto più spesso per leggere, guardare, ascoltare che per rispondere. Il motivo per cui vediamo solo persone iperattive online è che, come dice Daniel Kahneman, vediamo solo quello che vediamo. I presenzialisti logorroici non sono la norma e non sono neanche la maggioranza, sono solo invadenti (e quindi da non imitare): quasi tutti, anche online, siamo lettori/spettatori, e per niente passivi, perché scegliamo molto di più di prima.

La conversazione fisica

In una conversazione con persone fisicamente presenti, ahimè, puoi scegliere molto meno e, se sei una persona educata, devi sorridere e annuire e cercare di cambiare discorso se si parla di vaccini, monopattini o pubblicità. In rete, invece, quando incontri qualcuno che non ti piace, puoi smettere di seguirlo, anche se è il tuo vicino di scrivania. Che non vuol dire schivare chi la pensa diversamente, ma chi si comporta male.

Quando invece trovi qualcuno che ti piace, puoi godertelo come e quando vuoi e, solo se vuoi, manifestarti: con un like, un commento, una mail e poi un incontro. Quando un autore che ami è disponibile online, ovviamente, è una festa (a meno che non ti risulti antipatico, inconveniente che a me non impedisce di continuare a godermi quello che scrive).

Insomma, se ci pensi bene, il paragone tra lettura di libri e lettura di social media non è poi così campato in aria, soprattutto avendo presente quanto si parla di libri sui social media (non battono gattini e tramonti, ma se la giocano: ci sono sicuramente più amanti dei libri che lettori). E, ovviamente, i libri, soprattutto i saggi ma non solo, sono conversazioni anche letteralmente: esplicite, con le citazioni, le note, la bibliografia e soprattutto implicite, perché sono la sintesi di tutto quello di cui l’autore si è nutrito.

Le ragioni del dubbio

C’è un libro che, oltre ad avermi ispirato e divertito e incoraggiato, è anche un esempio perfetto di lettura in cui ti sembra di aver fatto una bellissima chiacchierata con l’autrice, che a libro finito ti manca un po’: il libro è Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole, l’autrice è Vera Gheno. È un libro sul piacere e sulla fatica della comunicazione scritta e quindi della conversazione online, molto più stimolante di quanto sembra a una prima impressione. Piacere e fatica che iniziano leggendo con attenzione, senza saltare sulla tastiera. Il modo in cui Vera racconta come dovremmo comportarci discutendo sui social media rispecchia il suo modo di stare in rete: generoso, divertente, competente, sagace, aperto. E centrato sul dubbio, che è il pepe di ogni conversazione stimolante, da millenni. Comunicare è un’esperienza che si fa insieme, chi ha già tutto capito e deciso non sarà mai un buon compagno di parole. Per gli autori, come ho raccontato al corso di Belleville, usare i social media dovrebbe essere naturale: è la continuazione della propria scrittura con altri mezzi, non un canale di promozione. Per i lettori vale lo stesso, specularmente: i social media permettono di poter chiacchierare con Vera anche tra un libro e l’altro, magari di gatti, di fantascienza o di quanto può andare lontano una renna senza fare pipì (leggete Potere alle parole per scoprirlo).

Vuoi le coccole al lunedì mattina?

E poi:

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