Il falso sillogismo dell’obbedienza

Vorrei che tu pensassi per un momento a tutte le cose che la società vorrebbe che tu facessi, a tutte le regole che sì, chiedono obbedienza, a tutto quello la cui forma implica una funzione.

I want you to think about the mail for a minute.
Stop taking it for granted like some complacent, sleepwalking sheep and really think about it.
I promise you, you will find the mail a worthy object of your contemplation.
A piece of paper can cross a continent like we’re passing notes in class.
I can send you cookies from the opposite side of the world, and all I have to do is write your name on the box, put some stamps on it, and drop it in.
And you see, it only works because every single person along the chain acts like a mindless automaton.
I write an address, and they just obey.
No question.
No deviation.
No pause to contemplate eternity Or beauty Or death.
Even you, for all your protestations of free will, if a box comes with your name on it, you can’t even imagine doing anything other than obey.

Il pezzo qui sopra parla della posta tradizionale, ma funziona con qualunque mezzo di comunicazione, digitale e non. Funziona con la televisione. Con le chat. Con le notifiche. Con gli squillini. Funziona: se qualcuno ci scrive, vogliamo sapere cosa. Se qualcuno ci chiama, vogliamo sentire cosa ha da dirci. Se qualcuno ci menziona vogliamo sapere perché.

Questo pezzo potrebbe essere stato scritto da qualunque sociologo, futurologo, pensologo e tuttologo dei nostri tempi. Ascoltato o letto distrattamente ricorda molto lo stile di un Morozov o di un Keen, ma anche di una Turkle o di un Lanier. Non Bauman, ma solo per stile, non per contenuti. Potrebbe essere il Palahniuk di Fight Club. Non ti fermi a riflettere mentre agisci come un automa senza testa. Ti arriva uno stimolo e obbedisci. Ti spedisco qualcosa e tu obbedisci.

Dopo aver visto Manhunt-Unabomber, la serie tv che inizia con questo monologo, ho capito il disagio e il fastidio che provo ogni volta che qualcuno ci mette in guardia dai pericoli della modernità. Non è solo o tanto che il capostipite di questo filone di pensiero è un terrorista sciroccato, una specie di Thoreau sul lago Walden che però, invece di scrivere un capolavoro raccontando la sua esperienza, spedisce bombe dal suo casotto nel Montana. Certo, la cosa fa pensare: il luddismo non l’ha certo inventato Ted Kaczynski, che però ha espresso con particolare precisione l’idea che le macchine – peggio se macchine per comunicare – ci trasformano in pecore obbedienti.

I write an address, and they just obey.

Quello che mi ha colpito di questo framing della realtà così efficace, che anche ai tempi, dopo l’estorta pubblicazione sul Washington Post, aveva fatto annuire molti, è la sua fallacia. È un classico esempio di falso sillogismo, cioè di inversione tra la premessa e la conclusione. Noi non apriamo pacchi, mail, messaggi e notifiche perché ci hanno addestrato a obbedire, esattamente come non prendiamo droghe, non compriamo cose inutili o non sprechiamo tempo sui social media perché siamo stati addestrati o condizionati a farlo. In genere, checché ne pensino le mamme per le quali è tutta colpa delle cattive compagnie, facciamo tutte queste cose perché ci piace. Perché vedere cosa c’è dentro, cosa c’è oltre, cosa succede, è anche parte del meccanismo che ci ha fatto uscire dalle caverne, caverne in cui nessuno di quelli che annuiscono leggendo il manifesto di Unabomber vorrebbe tornare, e non perché sono stati rovinati dalla società e dalla tecnologia.

Vorrei che tu pensassi per un momento, ti dico facendo il verso a Kaczynski, a tutte le cose che la società vorrebbe che tu facessi, a tutte le regole che sì, chiedono obbedienza, a tutto quello la cui forma implica una funzione. Moltissime di queste sono incorporate in una tecnologia e non sono naturali per niente, eppure non obbediamo proprio per un cazzo. Se per ottenere obbedienza bastasse incorporarla in un oggetto o in un processo saremmo a posto. A seconda di chi decide avremmo la pace nel mondo o una dittatura. Eppure non è così. Sicuramente non abbiamo la pace nel mondo, ma non abbiamo nemmeno obbedienza diffusa. Siamo molto lontani dall’obbedienza diffusa. Apriamo i pacchi perché ci piace riceverli. Se non ci piacesse, non li apriremmo. A me non piace parlare al telefono e non rispondo al telefono da anni. Chi davvero mi vuole parlare trova altri modi. Non obbedisco allo squillo del telefono, ma non resisto a una mail. Sono sicura che per te è il contrario, per un altro nessuno dei due, un altro ancora è felice di qualunque messaggio su qualunque canale. Siamo animali sociali, per questo siamo circondati da strumenti di comunicazione. Se obbediamo a qualcosa è il nostro istinto, quello sì, molto naturale.

Kaczynski era molto affascinante, ma se credi che ti abbiano tolto il libero arbitrio solo perché il tuo telefono fa rumori quando ti arriva una mail, beh, a chi stai obbedendo?

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