Social Media Journalism

I libri degli amici sono un casino. Se sono brutti ti imbarazzi, se sono belli rosichi. Leggendo Social Media Journalism di Barbara Sgarzi ho rosicato, ma con gusto: è un manuale perfetto e finalmente so cosa consigliare a chi mi chiede un testo per approfondire insieme buone pratiche e strumenti. È pensato per i giornalisti, ma sarà molto utile a chiunque voglia gestire contenuti di ogni tipo rispettando l’intelligenza dei destinatari e lavorando per obiettivi concreti e misurabili. Perché i social media sono interessanti solo se ci fai qualcosa di interessante.

Su meriti e colpe dei media lascio la parola a Barbara:

Sgombriamo subito il campo dal padre di tutti gli equivoci: non è che bufale, notizie non verificate, svarioni, errori di vario genere, foto sbagliate siano “colpa” di Internet. Sono sempre esistiti. Errare è umano e il giornalismo è fatto di persone. Se una colpa vogliamo imputare all’online, può essere quella della maggiore rapidità. Della possibilità, ormai alla portata di tutti, di contribuire a diffondere informazioni non verificate. Ma, ancora una volta, non diamo la colpa allo strumento: lo strumento fa ciò che gli diciamo di fare e un giornalismo più consapevole sulle reti sociali parte proprio da qui. Dall’impegno costante alla verifica, al controllo. Dal senso di responsabilità che ci deve fermare prima di postare, condividere, ritwittare informazioni in divenire. In molti casi non bisogna scomodare neppure la deontologia: si tratta di semplice buon senso. Non per niente, molte delle citazioni di questo capitolo non sono recentissime, ma risalgono ai primi dibattiti sulla necessità di verifica online. I principi fondamentali non cambiano. Solo, sono spesso ancora disattesi.

La presentazione milanese è da Open (Viale Montenero 28) il 24 alle 19: ci vediamo lì?

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