Ho riproposto la mia tesi sulla “fine delle fini” delle opere narrative al convegno sulla serialità MediaChange (Università di Urbino). In sintesi: cosa succede quando l’antico piacere di non uscire mai dalle storie incontra un medium senza limiti di spazio? La mia tesi è che non ce ne siamo ancora veramente resi conto, o meglio, che chi racconta – e chi produce le storie – non ne ha ancora veramente preso atto, un po’ per abitudine un po’ per esigenze di mercato.

Presa dalla foga del racconto e anche un po’ emozionata – datemi un’aula universitaria e tornerò una studentessa fuori sede – mi sono fermata alla diagnosi e non credo di aver spiegato bene la prognosi, tanto è vero che quando Flavia Monceri mi ha chiesto “ma tu, alla fine, che vuoi?” ho risposto un po’ a cazzo, lo ammetto. Per fortuna posso risponderle qui, sperando che mi legga ma approfittandone in ogni caso per fissarlo da qualche parte, perché è un punto per me importantissimo.

Quello che voglio, sia da lettrice-spettatrice, sia da professionista del marketing editoriale, è che chi produce storie lo faccia libero dal vincolo del formato e della periodicità, tutto qui. Se il mercato impone di pubblicare una storia unica in tre volumi perché altrimenti non tornano i conti, ok; se le puntate di una serie televisiva devono essere di 43 minuti perché così il palinsesto non salta e le interruzioni pubblicitarie ci stanno giuste, ok. Se un editore vende un libro alla volta per un mese invece che un autore tutto insieme finché è in catalogo, ok. Ok una beata fava, in realtà, ma facciamo finta che.

Queste storie, però, almeno quando le pensiamo scriviamole liberi da limiti che non ci sono più. Raccontiamole in lungo e in largo, prendendo lo spazio che serve, il respiro che hanno, il tempo che durano. Facciamole vivere finché c’è qualcuno interessato a starci dentro o a riportarle in vita, non mettendo noi autori un’arbitraria parola fine, che già nel “viaggio dell’eroe” di Campbell è un nuovo inizio.

La tecnologia che serve per raccontare in modo diverso c’è già, da tempo, e non è l’ipertesto o il libro aumentato o il sito celebrativo e neanche il videogioco. È la possibilità di raccontare una storia – con parole o con immagini in movimento – senza preoccuparmi del numero di pagine o dei minuti di lunghezza. Questo vale soprattutto per i libri, che in digitale hanno costi di produzione meno dipendenti dalla lunghezza di un film o di una serie tv. Vale per i libri già scritti, ma soprattutto vale per le storie nuove: scriviamole, scrivetele, senza guardare più quei numeri in fondo alla pagina che così tanto hanno condizionato la narrativa. Magari non cambia niente, magari, chissà, viene fuori un mondo di storie completamente diverse, magari collegate tra loro – pensate al fascino delle storie incrociate degli Avengers e applicatelo alla narrativa. D’altra parte, anche se con un altro spirito, Filippo La Porta suggerisce di prendere la cinquina dei finalisti al Premio Strega come “un’unica opera, il cui insieme rappresenterebbe il tanto ricercato (e forse non ancora trovato) Grande Romanzo Italiano.

Come ho detto nell’intervento a Urbino, Stephen King non ha mai saputo finire i suoi libri, ma secondo me perché erano tutti un libro solo: le storie degli abitanti del Maine e del Medio-Mondo, portati in vita da lui nella loro straordinaria quotidianità. Quante storie vengono maciullate in nome dei vincoli di formato di un mondo che non esiste più?

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