Le mille e un milione di notti

(articolo lungo, se preferisci leggilo in PDF)

Una storia non nasce finita: c’è sempre un mondo intorno, altre strade possibili, le vite dei personaggi secondari e tutto quello che è successo prima e dopo della scelta del narratore.
Un tempo le storie fluivano di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, di villaggio in villaggio. Viaggiavano con le persone e si arricchivano a ogni tappa, aperte a qualunque arricchimento esterno. Erano storie infinite, ma disperse: vivevano solo per il tempo del racconto per venire poi affidate alla memoria.

Trovare il proprio spazio per pensare

Trovare il proprio spazio per pensare

Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.” scrive Luisa Carrada, commentando il dibattito sulla necessità, in tempi digitali, di continuare a insegnare a scrivere con la penna prima che con la tastiera. Io non potrei essere più d’accordo, ma quello che sfugge spesso a questi dibattiti (e che Luisa coglie al volo) è che ci servono entrambe e che troppo spesso nel difenderne una rischiamo di perdere o di biasimare inutilmente l’altra.

Io da tempo sto riflettendo sul contesto in cui pensiamo e cioè sull’importanza dello spazio in cui scriviamo/annotiamo/schizziamo e non solo del modo in cui lo facciamo. Non sto parlando solo di spazi di scrittura, ma di pensiero, di progettazione, di ideazione.
Chiunque abbia a che fare con la progettazione oggi sa quanto è importante avere a disposizione formati diversi: si usano post-it quadrati per identificare pensieri finiti e definiti, si appendono fogli grandi a un muro per poter guardare questi pensieri da una prospettiva diversa e spostarli in ordine di priorità o cronologico, si scrive o si disegna direttamente sui muri per presidiare a lungo uno spazio e un tempo. La lavagna kanban , che sia fatta con Trello, con dei post-it su una parete o in modi più personali (nella foto sotto vedete la mia) è il simbolo della presa di coscienza dell’importanza del contesto per favorire e organizzare il pensiero, individuale e di gruppo.

scrivania per pensare

Il punto qui non è solo che progettando si scrive a mano: che ci piaccia o no, si scrive a mano anche quando si usa la tastiera o il touch, a meno che voi non digitiate con il pensiero. La penna, la matita o un pennarello sono tecnologie tanto quanto il computer e imparare a scrivere è un processo lungo e complesso, per niente naturale o spontaneo. È vero, con la penna si crea il segno che nella tastiera è già disponibile, impegnando il cervello e il corpo in modo diverso, ma quello che fa la differenza (per me) è il contesto in cui penso, in cui il piacere/risultato del pensiero dipende da un insieme di fattori, non certo solo dallo strumento con cui produco dei segni. Prendere appunti a penna per me funziona meglio quando voglio fissare dei punti che non guarderò mai più, ma se devo scrivere qualcosa di compiuto il mio cervello lavora molto meglio con una tastiera. Se devo pensare a soluzioni nuove non devo scrivere un testo, ma organizzare delle idee nello spazio su un foglio molto grande. Se devo mettere in ordine tante idee mi trovo meglio a scriverle su post-it molto piccoli, perché per funzionare devono essere chiare anche solo da una parola o da un disegno. Se mi serve più spazio per esprimerle scopro che devo pensarci ancora.
Non datemi fogli a righe o quadretti, perché ho bisogno di spazio bianco, se possibile orizzontale e non datemi fogli digitali affollati: quando scrivo senza pensarci troppo prima, come adesso, ho bisogno di ambienti come Quip, come Medium o come Noisli, che hanno il bianco intorno.

Siete sicuri che le distrazioni siano le notifiche dei social media? Per me distrazione è una serie di iconcine in alto e intorno, e lo sa bene WordPress che ha previsto il “distraction free writing” che non è un blocco del mondo intorno, ma delle funzionalità intorno. Idem per il sonoro: Noisli fornisce una serie di suoni d’ambiente che vanno dal classico fuoco acceso o rumore del mare fino a suoni considerati da molti rumori, come il chiacchiericcio in un bar. Io ho scoperto di funzionare molto meglio in un bar affollato di sconosciuti che chiacchierano, ma se le voci sono di persone che conosco (come capita spesso quando scrivi in casa) mi distraggo immediatamente.

Non è un caso che proprio Moleskine sia capace di interpretare perfettamente i bisogni e di risolvere agilmente i problemi dei suoi clienti, clienti che in teoria avrebbero dovuto abbandonarla da tempo: Moleskine non produce taccuini, produce ambienti di pensiero e di scrittura. Infatti è perfettamente a suo agio anche con il software: TimePage, la loro agenda digitale, è perfetta per chi, come me, ha bisogno di bellezza e ordine, ma non di seriosità. È perfetta fin dal nome: è la pagina del tempo e la promessa è di vedere il tempo “scorrere come un flusso”, senza interruzioni.
Idem per lo “Smart writing set” non è semplicemente una penna che registra, trasmette disegni e scrittura a mano (con OCR), perché hanno progettato un contesto di scrittura che metta insieme atomi e bit, non solo la funzionalità tecnologica. Come Lego, Moleskine ha intuito che noi non vogliamo scegliere tra atomi e bit, tra giochi e storie, ma vogliamo combinarli al meglio per goderceli entrambi.

Lo spazio in cui pensiamo è affascinante anche perché è personale e riflette i cambiamenti della nostra personalità: cambia da persona a persona, cambia nel tempo, anche nell’arco di una giornata, cambia a seconda del tipo di pensiero. Io per quanto ci provi non riesco ancora ad abituarmi a scrivere parlando, per esempio: in teoria è una grandissima comodità, in pratica, per me, è una montagna da scalare. Ascoltare in diretta quello che penso mi sembra osceno, vederlo comprarire sul foglio è un piacere: spero di superare presto questa difficoltà perché spesso mi blocca lavorando con altri e perché il contesto in cui penso meglio non prevede né penna né tastiera, ed è per strada (camminando, correndo, in bici). Forse non ce la farò mai e per ora sono ancora capace di fare a memoria quello che possiamo definire “sbobinare il cervello”: andare in giro, cazzeggiare, divertirsi, nutrirsi e poi trovare il contesto giusto per fermare la soluzione che solo così arriva alla coscienza, che sia un testo, una storia, un piano editoriale o una sceneggiatura. Vi suggerisco solo di non farvi fregare: se pensate meglio chiusi in un ufficio con una tastiera, quello è il vostro spazio creativo, l’importante è individuarlo e restarci dentro finché non ne scoprite un altro migliore. Vi sentite chiusi, grigi, stanchi e bloccati? Cambiate il formato in cui cercate di sbobinare le idee che ancora non sapete di avere, ma cercate il vostro, non quello giusto per la persona media, che non è altro che la media delle persone, cioè un’astrazione.

Come evitare il digital detox

darthImmagino che tutti, prima o poi, abbiano fatto o pensato di iniziare una dieta: un radicale cambio di alimentazione fatto di attenzione, controllo, rinunce e sacrifici. Chi c’è riuscito avrà familiarità con quello che succede: non tanto la fame, che per fortuna le diete da fame sono state giustamente messe da parte, ma la sequenza di nervosismo-esaltazione-risultato-sensazione di invincibilità-ritorno al peso di prima.

Un anno di #Luminol

#Luminolinformant-luminol usciva più o meno un anno fa, durante la Festa della Rete, in un mondo che era, come sempre, completamente diverso ma sempre uguale. In attesa del print on demand, che arriverà, mi piace festeggiare il compleanno integrando l’intervista che Barbara Sgarzi mi fece all’uscita con la lista degli ispiratori.

La domanda era “perché il Luminol?”

Guardare qualunque cosa chiedendomi cosa sto vedendo davvero, cosa c’è dietro, il sottotesto, quello che non è immediatamente evidente è per me da sempre una forma mentis, un modo di conoscere di cui sono debitrice, in egual misura, ai miei studi di comunicazione (in particolare a Peppino Ortoleva) e ai miei amatissimi thriller, che siano libri o serie televisive. Dalla Lettera Rubata di Edgar Allan Poe a Sherlock Holmes fino a Kathy Reichs, Jeffrey Deaver e CSI: il mio modo di riposarmi è leggere di autopsie e accompagnare gli investigatori nel reverse engineering per arrivare al colpevole, al punto che giocoforza ragiono così anch’io. A furia di dire “elementare, Watson” dentro di me scuotendo la testa ho capito che elementare non era e che forse era il caso di esplicitare il ragionamento che porto avanti da anni.

Un anno fa dicevo “a questo punto mi rifiuto di commentare impressioni personali o ricerche basate su interviste a campione” e “vorrei che le critiche e gli entusiasmi fossero competenti e basati su dati, tutto qui.” Siamo più o meno a quel punto lì, ma forse il passaggio (in corso) dai big data agli smart data ci aiuterà a capire se davvero i media digitali sono qui per aiutarci a complicare le cose o a migliorarle.

Io ho ancora di più capito che mi tocca far fatica ed esplicitare il ragionamento che mi porta a fare certe affermazioni, prima o poi riuscirò anche a farlo per davvero.

Non è bello ciò che è verybello

 

Perdonatemi se mentre dissezionate #verybello io vi osservo quando, per riprendere una delle metafore del #Luminol, guardate il bit e non la luna.

Ci ho messo un po’ anche io, ieri, mentre cercavo di capire qual era il disagio che mi veniva non solo dal vedere questo sito online ma anche nel leggere i commenti, sia quelli ingenui che criticano un naming a partire dal proprio gusto e dalla propria cultura sia quelli professionali (che in gran parte condivido). Critiche e commenti a come è stato fatto un qualcosa che non doveva essere proprio fatto.

Alla fine ho capito che, anche se il livello della realizzazione fosse stato altissimo (e non lo è) Verybello sarebbe comunque sbagliato perché è un grave errore in questo momento creare un terzo brand quando non abbiamo ancora un posizionamento e una strategia di marketing e comunicazione chiara ed efficace per i due brand principali, che sono Italia (soprattutto) ed Expo (che dovrebbe sì prevedere una sezione “cosa fare in Italia”). Perché è questo che è stato fatto: è stato creato un brand non si capisce bene per che cosa. Che cosa è #verybello? L’elenco di eventi? Il belpaese di cui gli eventi sono una sineddoche? L’Expo? Inutile discettare – come ho fatto anch’io – se è bello o brutto, giusto o sbagliato, professionale o improvvisato se neanche si capisce a cosa questo nuovo brand fa riferimento, un significante senza significato.

Da qui il mio disagio anche a leggere i commenti: qual è il senso di un sito (e di un brand) dedicato solo agli eventi, che crea una confusione tale da far ipotizzare una sua sostituzione a Italia.it? L’idea, così come espressa dal ministro Franceschini, è quella giusta: “utilizzare l’Esposizione per valorizzare tutto il Paese e fare in modo che i milioni di visitatori in arrivo allunghino il più possibile il loro viaggio nel nostro Paese“. È che questa idea andava realizzata arricchendo i siti di riferimento (Italia.it ed Expo), non creandone un terzo con un’identità e un branding tutto nuovo. Era impossibile intervenire sui due siti Italia.it ed Expo2015.org? La soluzione certo non è creare un terzo soggetto così caratterizzato.

Non a caso l’indicazione del TDLab, completamente disattesa, era di creare un feed di eventi a disposizione di tutti gli altri siti; sicuramente meno sexy di un sito con le lucine ma molto, molto, molto più utile.

 

 

 

Come in we are open

#parliamone: connettersi alla realtà

iPad o campetto? | Luminol #11

Io: “Seienne, ma tu preferisci giocare a calcio sull’iPad o al campetto?”
Lui, guardandomi come se fossi scema: “al campetto”
Io: “è ovvio, no?”
Lui: “eh”
Io: “pensa che ci sono adulti convinti del contrario”
Lui, sgranando gli occhi “ma no, si gioca con l’iPad perché non è che puoi sempre andare al campetto”
Io: “eh”seienni

Invasioni digitali | Luminol #10

Domani parte la seconda edizione delle Invasioni Digitali: per una decina di giorni in tutta Italia centinaia di musei, centri storici e monumenti verranno pacificamente invasi da migliaia di orgogliosi appassionati che vogliono far conoscere i loro tesori al resto del mondo con check-in, tweet e foto.

Invasioni Digitali Digital Invasions

Guardate con l’aiuto del #Luminol le #invasionidigitali ci dicono che le reti di persone capaci di organizzarsi da sole raggiungono obiettivi impensabili e infatti da molti impensati. Mentre in tutta Italia la stragrande maggioranza degli operatori turistici aspettano che qualcuno si muova i cittadini si sono dati una mossa, spesso lottando (e vincendo) contro la burocrazia.

Velux | Luminol #9

Hai un problema a un prodotto (una finestra), vai sul sito, chiedi un intervento dell’assistenza, ricevi una telefonata, fissi un appuntamento (il giorno dopo). Il tecnico arriva, spiega, risolve, consiglia, chiacchiera, fa più del dovuto, se la cava da solo perché vede che sono al telefono, ti fa velocemente un preventivo consigliandoti tutte le soluzioni, anche le meno costose, ti chiama un rivenditore e prende le misure anche se non c’entra, stampa la fattura, ti permette di pagare in contanti, Bancomat o carta di credito, fa gli auguri di Pasqua e se ne va.

L’azienda è Velux Italia (casa madre danese): ho 7 Velux in casa, due hanno vent’anni, sono prodotti eccezionali, ho speso poche decine di euro di manutenzione e sostituito una persiana dopo dieci anni di uso quotidiano. Il sito è ben fatto, piacevole e comodo, con moltissime informazioni utili; sono su Twitter e Facebook in modo leggero, come la luce che portano in casa.

Cosa mi dice il #Luminol? Che è triste che io sia così stupita quando un’azienda fa bene il suo lavoro.

Luminol #8

Luminol #7

Luminol #6

Luminol #5

Luminol #4

Luminol #3

Luminol #2

Luminol #1