Una gigantesca riunione di condominio

Immaginate una classica riunione di condominio, ma con una differenza: per una volta i partecipanti, invece di litigare e parlare a sproposito, prendono insieme una decisione molto migliore di quella proposta dal professionista pagato per farlo. È successo davvero e non perché il gruppo è a prescindere migliore del capo (l’equivoco che ci sta distruggendo). È successo perché nel gruppo c’erano due esperti (un architetto e un altro amministratore di condominio) che hanno potuto proporre la loro soluzione, immediatamente appoggiata da tutti gli altri perché era quello che serviva.

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

BuzzooleLa comunicazione è azione, oggi più che mai. Lo è sempre stata, ma i media digitali, permettendo a destinatari una maggiore libertà di movimento, fanno cascare l’asino molto prima. Vediamo tutti i giorni aziende che si dicono veloci con siti lenti. Brand che si proclamano innovativi e sbandierano trionfali il loro arrivo su social network ormai maturi. Servizi che dichiarano di voler semplificare la vita dei cittadini con siti e interfacce incredibilmente complesse.

Il magico potere del parlare meno e meglio

Marie Kondo è una ragazza giapponese che, di lavoro, aiuta persone in tutto il mondo a liberarsi del superfluo. Ha pubblicato un libro – Il magico potere del riordino – che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Una sua giornata di formazione costa 1500 dollari e, se ve lo potete permettere, lei stessa viene a casa vostra e vi aiuta a eliminare tutto quello che non vi emoziona più (magari regalandolo). Per noi europei, carichi di storia come siamo, è una nemesi; per milioni di persone, adoranti o scettiche, una salvezza. Buttare i pesi. Fare spazio. Avere aria.

Io sogno una Marie Kondo della comunicazione e, in mancanza, mi alleno per diventarlo. Sono disordinata ovunque, ma con le parole degli altri mai. Ho lavorato per anni come copywriter, un lavoro che ti fa sembrare un tweet una sbrodolata: sono allenata a creare mondi in 40 caratteri, altro che 140. Perché dire una cosa dieci volte se puoi dirla bene una volta sola? I motori di ricerca insegnano: meglio un post ben scritto e continuamente rifinito di cento post fatti di parole fritte.

Eliminare il superfluo fa bene a tutti, ma io sogno una Marie Kondo dell’informazione giornalistica e della comunicazione aziendale, prima che personale. L’enorme volume di chiacchiere che inonda la rete, in fondo, è facilmente gestibile: gli strumenti per silenziare chi ci disturba sono già sofisticati, basta volerli usare. Una parola di troppo può uccidere, è vero, ma ho ambizioni minori: ridurre il rumore prima di affrontare la violenza verbale.
Parlando di rumore è la comunicazione aziendale il problema, soprattutto quando paga per saturare tutti gli spazi: aziende, editori e personaggi pubblici concentratissimi ad aumentare i volumi, mentre solo pochissimi si preoccupano di aumentare il valore. La soluzione non è il silenzio, ma il significato.

Valore, non volume è la formula consigliata agli editori da Pierluca Santoro, una formula che adesso non è premiata dal mercato pubblicitario, avido di click che gonfiano e non nutrono nessuno. Volume vuol dire fare 40 lanci al giorno senza neanche una notizia interessante, volume vuol dire scrivere paginate di informazioni non verificate e non verificabili, volume vuol dire rendere necessario lo smascheramento degli smascheramenti, volume vuol dire i video divertenti a destra delle notizie tragiche, volume vuol dire tutorial che non insegnano nulla, liste di liste, gallery di gallery. Marie Kondo ti insegna a piegare le magliette in modo da raddoppiare la capienza dei cassetti e trovare subito quella che cerchi, io, anche grazie a iniziative come Parole O_stili, vorrei provare a insegnare ai miei clienti a moltiplicare il valore delle parole riducendone la quantità: perché restino, perché pesino, perché alleggeriscano, pur continuando a vendere.

Appunti per vivere meglio in bici

condividere la strada - Pierre BotherelA giugno, dopo un bel pranzo all’aperto, chiacchieravo con un amico mentre andavamo insieme verso la libreria dove avevo appuntamento con un cliente. Eravamo allegri e forse un po’ distratti e, all’improvviso, una frenata, urla, un gran spavento ma per fortuna tutto bene: avevamo quasi investito una ciclista che stava uscendo da un passo carrabile altrettanto allegramente di noi.
Normale amministrazione? Fino a un certo punto, perché eravamo in bici anche noi.

No al body shaming, no allo shame shaming

Sono coetanea di Naomi Campbell, ho qualche anno in meno di Tatjana Patitz e qualche anno in più di Kate Moss. Avete mai sentito parlare delle Supermodel, in particolare le Big Six? Erano le modelle, no, le donne più belle del mondo e mentre la mia autostima perdeva i dentini da latte loro uscivano dalle passerelle per diventare delle vere proprie divinità.

Le campagne non le porta la cicogna

Ogni tanto mi capita di spiegare che, per quello che vedo, la capacità di esprimersi per iscritto delle persone negli ultimi anni è migliorata tantissimo (soprattutto considerando che si partiva da un livello patetico), mentre è in caduta libera la qualità della scrittura professionale. Lo so, sembra una boutade: la pochezza media delle conversazioni che leggiamo online è evidente, è alla portata di tutti. Quello che non è alla portata di tutti invece è l’analisi della scrittura professionale, soprattutto quando la professione è quella del comunicatore.
Nel tritacarne della qualità dovuto all’abbassamento dei budget pubblicitari e di comunicazione la figura più sacrificata infatti è proprio quella dedicata a trasformare i contenuti da esprimere in messaggi testuali, il copywriter.

Sessanta secondi da profugo

Nei prossimi giorni, quando avrai un po’ di tempo libero, preparati per una lunga camminata. Non serve molto: abiti adatti al clima, meglio se traspiranti, scarpe comode, uno zaino in cui mettere tutto quello che ti può servire lontano da casa.
Carica il telefono, prendi un po’ di soldi, un documento, una carta di credito, una bottiglia d’acqua, una barretta e un frutto; se non hai voglia di fermarti a mangiare per strada preparati un panino. Esci di casa e raggiungi il posto da cui partire, va benissimo anche se ci vai in auto o con un qualsiasi mezzo. E poi fai il primo passo e cammina, cammina finché non sei stanco.
Non è importante quanta strada fai, non importa quanto vai veloce e puoi fermarti quando vuoi, ma è importante che tu vada un po’ più lontano di quello che per te è normale. Per me, che sono appena tornata da un viaggio a piedi, sono circa venti chilometri. Per te possono anche essere due, o cinque, o cinquanta. Devi essere quasi sfinito e sentirti lontano da casa.
Quando sarai arrivato a questo punto te ne accorgerai facilmente: cominci a camminare come una papera, ti senti impolverato e accaldato, non sogni altro che di toglierti le scarpe, fare una bella doccia e poi rilassarti sul divano.
A questo punto ti chiedo di fare un piccolo sforzo. Non più fisico, ma mentale.

Frontiera PortogalloImmagina per sessanta secondi – un minuto – che non ci sia nessuna doccia. Nessun posto dove togliersi le scarpe. Nessun divano dove riposare, ma che dico divano? Immagina che non ci sia nessun posto dove andare e nessuna accoglienza in vista. Immagina che il tuo documento non ti permetta di andare avanti e di non poter tornare indietro. Immagina che i soldi che hai dovranno durare a lungo; immagina quanto diventa difficile scegliere come spenderli. Controlla la batteria del telefono non sapendo quando potrai caricarlo di nuovo. Sei stanco, sei sfinito e non vedi l’ora di tornare a casa, ma non hai più una casa e nessuno sembra disposto ad aprirti la sua. Immagina di non poterti nemmeno sedere sul ciglio della strada perché hai paura che ti prendano. Nello zaino, in borsa, sulle tue spalle, c’è tutto quello ti è rimasto.

Ho fatto questo piccolo esercizio ogni giorno, per sessanta secondi, sulle strade del Portogallo e della Spagna. Ogni giorno ho cercato di immedesimarmi in una persona stanca, ma non per scelta, una persona che non ha un albergo o un ostello o una tenda a cui dirigersi, qualcuno che ha solo un punto di partenza, ma non sa quando e come o dove arriverà. È insopportabile. È stato insopportabile ed era solo una simulazione.

Una cosa è capire razionalmente cosa vuol dire essere un migrante, un profugo, uno “scappato da casa”, un’altra è sentirla con il corpo. Con i piedi doloranti e la polvere della strada addosso. Se hai il minimo dubbio su come dovremmo comportarci con chi scappa da casa per venire a chiederci aiuto vale la pena di provarci.

(dedicato a Jo Cox, una che “In what spare time she has Jo enjoys climbing Scottish munros, running and cycling.”)

Imparami l’Internet

Educare/educarsi nell'ambiente digitaleQualche mese fa ho chiesto il vostro aiuto per una piccola inchiesta su come si comportano gli adulti quando tornano sui banchi, che mi è stata utilissima sia per riprogettare i miei corsi (e idearne di nuovi) sia per scrivere un contributo per il Mediascapes Journal. Il paper “Imparami l’Internet” è finalmente disponibile nel numero appena uscito, Educare/educarsi nell’ambiente digitale.

Il 2016 in sei consigli

1) Se non c’è una soluzione è il caso di testarne tante

Corso abbinato: Design Thinking (22 febbraio 2017)

2) Adesso che Internet è ovunque riesci a capire perché avere una strategia solo digitale è un errore clamoroso?

Corso abbinato: Strategia di comunicazione (aprile 2017)

3) la comunicazione digitale dev’essere in continuità informativa o narrativa con l’esperienza fisica del prodotto o del servizio

Corso abbinato: Basi di storytelling (9 febbraio 2017)

4) Il tuo nuovo obiettivo è far venire voglia di parlare bene di te: se ti rendi utile è più facile

Corso abbinato: Social Content (15 marzo 2017)

5) La socialità non dipende dal canale usato ma dalla considerazione degli interessi dei clienti nei contenuti o nelle attività proposte; se non vuoi/puoi farlo, compra l’attenzione, risparmierai.

Corso abbinato: Social Content (15 marzo 2017)

6) Non è cosa fai, ma come lo fai: niente funziona solo grazie alle sue caratteristiche intrinseche

Corso abbinato: Basi si storytelling (9 febbraio 2017)

I consigli sono gratis, i corsi costano 260 euro + IVA (ma per i più veloci ci sono ancora posti a 160 euro + IVA).

Tutti i corsi sono a Milano al Copernico, durano sei ore (10/17) e i docenti siamo io e a volte Filippo Pretolani (nelle debite proporzioni).

corsi2016

Come evitare il digital detox

darthImmagino che tutti, prima o poi, abbiano fatto o pensato di iniziare una dieta: un radicale cambio di alimentazione fatto di attenzione, controllo, rinunce e sacrifici. Chi c’è riuscito avrà familiarità con quello che succede: non tanto la fame, che per fortuna le diete da fame sono state giustamente messe da parte, ma la sequenza di nervosismo-esaltazione-risultato-sensazione di invincibilità-ritorno al peso di prima.

Il cugino del pandoro

Il cugino del pandoro

(Anche quest’anno mi faccio un regalo di Natale e metto in fila un po’ di fastidi che mi hanno accompagnato per tutto l’anno e che ho messo a tacere finché non li ho visti riecheggiare qua e là. È un regalo anche per chi apprezza il confronto aperto: mettete le code di paglia nelle mutande e godiamoci il passo avanti che potremmo fare tutti insieme)

Il tafazzismo dei Mad Men

Grazie a Paolo Ratto ho potuto esprimere il disagio che provo da molto tempo nel veder continuamente liquidare il rispetto e l’attenzione per il cliente come una marginale questione di etica e non invece come il modo migliore di perseguire il proprio interesse nella situazione di affollamento di offerta in cui ci troviamo che ha portato, tra l’altro, alla crescita dei software di ad blocking. Nell’intervista spiego, per esempio, come la goffaggine aziendale sui social media abbia spinto molte persone a rifugiarsi in spazi privati, perdendo per sempre la possibilità non solo di raggiungerle ma anche solo di ascoltarle. Dai social media (pubblici) al messaging (privato), dal palcoscenico a libero accesso alla festa in chat con gli amici di sempre: le persone sono sempre anni luce avanti e adattano l’uso dei media ai loro bisogni, a differenza delle aziende che sembrano al perenne inseguimento di quella che credono essere una mandria di buoi, ritrovandosi in una landa desolata in cui social media manager conversano garruli con social media manager, magari analizzandosi il sentiment a vicenda.
È un problema di Internet? È un problema nuovo? Eh, magari.

Il problema dell’affollamento pubblicitario non è così nuovo come molti pensano. Nel 1759 Samuel Johnson scriveva su The Idler: «Gli annunci pubblicitari sono oggi così numerosi, che sono letti con negligenza, ed è perciò divenuto necessario conquistare l’attenzione con magnificenza di promesse, e con eloquenza talvolta sublime e talvolta patetica».
(Il nuovo libro della pubblicità. Giancarlo Livraghi e Luis Bassat, 2005)

Secondo voi la diminuizione dell’efficacia degli spot televisivi alla fine degli anni ’90 è dovuta all’arrivo di Internet o ai break pubblicitari infiniti? Se decenni dopo ci ritroviamo con i software di ad blocking in crescita è colpa delle persone intolleranti o dell’intollerabile pressione pubblicitaria?

Le PR organiche sono vive, ma molto faticose

Quel giorno che non volai in sequenza

Una premessa

Il processo di acquisto online di un servizio fisico offre una serie di possibilità in più a chi vende e a chi compra, per esempio la possibilità di informare se un treno è in ritardo, se un prodotto va in saldo, se una medicina ordinata è arrivata, se una camera migliore si è liberata a un prezzo poco più alto o se un biglietto di ritorno è stato annullato (magari per motivi formalmente corretti). Questa possibilità non è un dovere, ma è un servizio; quando la possibilità di un servizio non viene sfruttata, si lascia campo libero a una concorrenza di tipo nuovo. Non a caso la famigerata disruption ha colpito settori caratterizzati da livelli di servizio mediamente pessimi, come i taxi (Uber), la prenotazione alberghiera (Booking) o la vendita di beni culturali (Amazon). Per fare un esempio: se Norwegian mi permette di modificare il volo in qualsiasi momento decidendo da sola se pagare la differenza, perché tutti gli altri no?

I fatti

Un mesetto fa compro un biglietto di andata e ritorno per Bari con la nuova tariffa light (solo web check in, no bagaglio). Una ventina di giorni dopo devo rimandare la partenza al giorno dopo. La tariffa non è modificabile, compro un nuovo biglietto di sola andata per Brindisi per il giorno dopo (sempre con Alitalia). Arrivo a Taranto, lavoro come un ciuccio per cinque giorni, mi dimentico del volo di ritorno finché non mi arriva la mail che invita a fare web check-in. Ci provo, anche perché dovevo acquistare il bagaglio a parte (15 euro via web, 30 in aeroporto), ma mi dice “web check-in non disponibile”. Morta di stanchezza non me ne preoccupo granché: devo imbarcare la valigia, farò in aeroporto, pazienza per i 15 euro in più. Al check-in una signora mi dice che con questa tariffa non posso farlo, ma devo andare alle macchinette e poi fare l’integrazione per la valigia in biglietteria. Il check-in, si noti, è deserto; bestemmio un po’, ma vabbè. Alle macchinette il responso è lo stesso: il biglietto viene trovato regolarmente, ma non possiamo fare check-in. La signora del check-in ci manda in biglietteria, che però è sempre lei, però a un computer diverso. Mi viene il dubbio che il problema sia la mancata andata, lei ne conviene, ma spiega che deve verificare perché “la tariffa è nuova e non la conosciamo bene”. In biglietteria lei (che lavora per l’aeroporto) smanetta, telefona, poi chiede aiuto a un signore molto più competente (di Alitalia) che ci spiega che questa dell’andata e ritorno è una regola che tutti conoscono, comune a tutte le tariffe, però deve verificare (??). Io guardo sul sito le condizioni della tariffa, non trovo questa clausola, comincio a innervosirmi e Filippo mi chiude in bagno (me la cavo molto bene con chi fa un buon servizio, sono pessima quando devo gestire un problema).

Molte altre telefonate dopo, il verdetto: possiamo partire, ma dobbiamo pagare un’integrazione di 75 euro a testa e 30 euro di diritti di segreteria. Paghiamo, che l’unica cosa importante era tornare a casa, ma non resisto alla tentazione di criticare Alitalia su Twitter, con un dialogo surreale che è ancora in corso. Adesso so che sì, in effetti quella clausola era nel contratto, so anche che è già stata considerata una clausola vessatoria e so pure che avrei potuto anticipare il problema avvisando che non ero partita. E quindi perché vi ammorbo con questa storia abbastanza noiosa?

Il commento tecnico (ricordate la premessa)

1) @Alitalia su Twitter mi risponde che la clausola è molto evidente, ed è vero, ma indovinate dove? Al momento dell’acquisto, cioè nel momento meno adatto per fare attenzione a qualcosa che chiaramente non è in programma, e cioè non prendere il volo di andata.

2) nessuno – né al check-in, né in biglietteria, né su Twitter – ha mai risposto alla mia domanda principale: se il biglietto di ritorno, non avendo fruito dell’andata, è stato (giustamente) annullato, perché ho ricevuto la mail per fare web check-in come se il biglietto fosse ancora valido?

Vogliamo davvero scoprire cosa ne pensa un giudice intasando la giustizia per un nonnulla?

3) @Alitalia mi fa invece presente su Twitter che avrei dovuto seguire una procedura che mi avrebbe permesso – forse – di evitare l’annullamento del biglietto. E qui veniamo al servizio mancato: perché non ho ricevuto una mail che mi informava di questo mio diritto?

4) È anche un tema di trasparenza: visto che nella pagina indicata si dice che “Alitalia, ove vi sia disponibilità di posti sul volo, si riserverà il diritto di richiedere il pagamento”, non che “per poter prendere il volo di ritorno dovete pagare 75 euro più degli esorbitanti diritti di segreteria che neanche RyanAir ormai”, come dimostrato dalle numerose telefonate di verifica necessarie, non vi sembra il caso che questa clausola già considerata vessatoria (e decisamente grottesca) sia da rivedere?  5) Veniamo infine al servizio clienti: anche sorvolando sul fatto di gestire le lamentele di una persona in ansia perché rischia di non poter prendere l’ultimo volo della giornata con rimandi a clausole contrattuali, vi sembra davvero il caso, dopo diversi tweet di risposta, di liquidarmi rimandandomi alla Relazione con la clientela? E voi che siete?

Update (16 novembre 2015)

Alitalia, multa Antitrust da 320mila euro: “Continua a annullare voli di ritorno a clienti che non hanno usato andata

Lo storytelling come linguaggio di markup

Lo storytelling come linguaggio di markup

Non so se lo sai, ma le pagine web sono scritte in linguaggi semplici e potenti che dicono al browser come far vedere i contenuti. Si chiamano markup language e non sono veri linguaggi di programmazione, ma evolvendosi hanno permesso, come dice Fabrizio Ulisse di Vudio “la più grande conquista di chi progetta siti: la separazione tra contenuto, struttura ed estetica”. I più noti e usati sono l’HTML, l’XML e i CSS. Questi ultimi, detti anche fogli di stile, invece di ripetere le annotazioni decine di volte nelle pagine le raggruppano in un posto solo. Comodo, no? Quando aprendo una pagina vedi dei pezzi di codice vuol dire che c’è qualcosa che non va: sono istruzioni per il browser, non informazioni per chi lo usa.

Il modo più efficace oggi di usare lo storytelling per un prodotto o un brand è vederlo come un linguaggio di markup. semplificando (gli amici geek mi perdoneranno) di vederlo come il foglio di stile di quel brand. Esattamente come con il codice, se si vede, non funziona: se lo fai vedere tu, se lo esibisci, se lo espliciti, stai uscendo con le calze smagliate, ma apposta.

Cosa vuol dire, in pratica, usare lo storytelling come markup [era: come foglio di stile]? Vuol dire prendere i fatti e montarli usando gli strumenti della narrazione: la trama, i personaggi, il conflitto, l’arco di trasformazione, i luoghi, i linguaggi, gli snodi narrativi, i colpi di scena, i doppi e tripli livelli di lettura, insomma tutto quello che ci fa restare attaccati a un libro o a un film o a un videogioco.

Il prodotto e l’azienda, in questo percorso, non sono protagonisti, ma sono rispettivamente l’oggetto magico o il tesoro e l’aiutante, figure molto familiari a chi ha studiato semiotica o narratologia, ma anche molto facili da studiare e da capire.

Lo storytelling turisticoUna volta messo a punto il markup narrativo, seguendo per la core-story lo schema struttura-contenuto-presentazione, lo usiamo come riferimento per ogni singolo aspetto della comunicazione aziendale, dalla targhetta sulla porta alla convention passando per il negozio e il packaging fino allo spot. Perché è soprattutto a questo che serve lo storytelling: a creare un mondo narrativo intorno al prodotto, non solo a raccontarlo.

Update: il sopra citato Fabrizio mi ha convinto che lo storytelling è più HTML che CSS, quindi ho fatto delle modifiche al post

Overtip

Overtip

Un paio di anni fa, tavolata durante la Festa della Rete, gente varia, io desiderosa di seconda birra cerco di attrarre l’attenzione della cameriera nel casino. Il mio tono di voce è un po’ come gli ultrasuoni, lo sentono solo esseri umani sintonizzati sul mio fuso orario. Io lo so, lo dimentico, mi innervosisco. Scusi? Niente. SCUSI? Niente. Mentre mi appresto a farmi violenza e gridare per farmi sentire tre tavoli più in là uno urla GIOVANEEE e immediatamente il cameriere lo nota e va a servirlo. Mi giro, guardo triste Azael seduto a fianco a me che cercava anche lui di farsi notare, ridiamo, conveniamo tristemente che quelli come noi moriranno di fame.

Ecco, complicità tra introversi a parte, io non ci credo. Non è che spero che non sia così, che non sia vero che su questo pianeta per farsi sentire bisogna urlare e strepitare e fare i prepotenti. Io so che non è così. Urlare e fare i prepotenti serve a farsi sentire in quella parte di pianeta che io non voglio abitare, da quel tipo di persone che cerco disperatamente di evitare, per ottenere quei miopi risultati di apparente vittoria che non costruiscono niente di niente. Non è una metafora e non è un invito a essere buoni, gentili, pazienti se non lo siete. È una rassicurazione per chi crede di non essere fatto a misura di questo mondo perché è buono, gentile e paziente. Non vi faccio l’elenco di quanti upgrade di camere d’albergo, sconti in negozi, regali da ristoratori e risate e ringraziamenti ho collezionato in modo estremamente semplice: capendo quando strepitare non serve a niente e sedendomi tranquilla ad aspettare che la situazione si risolva. Questo non vuol dire farsi mettere i piedi in testa da commessi maleducati o dal personale sgarbato, perché la parola chiave è “capire”, capire quando chi è dall’altra parte, in piedi, di corsa, magari preso alla sprovvista è davvero in difficoltà o quando è solo sgarbato e incapace.

Per tutti quelli che fanno un lavoro a contatto con il pubblico, in orari assurdi, quando gli altri si riposano o si divertono ricordate quello che dice Nora Ephron: overtip (ma anche “You never know“). Quando puoi, tutte le volte che puoi, in denaro contante, se non puoi con un sorriso, un incoraggiamento, tanta pazienza. Il mondo a misura di noi persone gentili si costruisce così.

In più: oggi anche Arianna Chieli scrive “Mi riprendo la gentilezza“, leggetela, vi ci ritroverete

Bibliografia per imparare a far vivere le storie

La fisicità dell’ebook

La fisicità dell’ebook

“1. Writing and reading are fundamentally physical activities”, scrive Tom Downey in Gone, su Medium, come “branded content” firmato Ritz-Carlton (e già questa sarebbe tutta un’altra storia). Lo dimentichiamo spesso: scrivere e leggere, di base, sono attività fisiche. Lo dimentichiamo qualunque sia la nostra posizione nella noiosissima querelle carta-bit, come se la scelta non fosse sempre e sola nostra, sia nel nostro piccolo di lettore (esperienza), sia nel nostro grande di lettori (dati). Chi vuole un futuro di libri di carta non ha che da comprarli nel presente, nessuno smetterà di produrre merci per cui c’è ancora richiesta (ma questa è ancora un’altra storia).

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Lettura e scrittura, ancora prima che mentali, sono attività fisiche, dicevamo: il libro di bit è un’esperienza fisica? Certo che sì, a meno che non riceviate codice per via telepatica. Leggiamo libri di bit attraverso strumenti fatti di atomi, che siano e-reader, tablet, smartphone o monitor. Il peso, la consistenza, la reazione, i ritardi, la luminosità, la risoluzione di questi oggetti condizionano la qualità della nostra esperienza di lettura, che, come tutte le esperienze, è personale e condizionata dalle nostre abitudini. È un po’ come passare dal cambio manuale al cambio automatico, per i primi venti minuti (o le prime venti volte) bestemmi, poi ti abitui.

Da quando mi vendono i libri di bit il mio rapporto fisico con le storie è cambiato: non riesco più a leggere romanzi di carta e all’improvviso ho capito quanto era scomodo il cambio manuale, in tutto il suo romanticismo. Spigoli, pesi, segni persi, pagine che volano via, spazio occupato. Sto (ri)leggendo A che punto è la notte nell’edizione originale e miodio, mi dispiacerà finirlo perché è bellissimo ma sarà un sollievo. Contemporaneamente a questo disamoramento nei confronti del libro di carta come medium ho affinato il mio gusto e la mia attenzione per il libro di carta come oggetto: non posso più tollerare la bruttezza, che sia la carta, la copertina, l’edizione, il font. Continuo a comprare romanzi di carta solo se bellissimi o se ancora non disponibili in digitale (in questo caso bestemmio un po’).

Completamente diversa la mia esperienza per i saggi, ma anche qui il motivo è fisico, non mentale. Leggo romanzi sdraiata o almeno stravaccata, i saggi invece io li leggo seduta, se possibile a un tavolo. Non è lettura, è studio e io per studiare devo stare dritta. Visto che le funzionalità di studio dei bit sono superiori (ricerca, sottolineatura, possibilità di avere tanti testi sottomano) questo significa che i saggi per me importanti (per fortuna pochi) li compro di carta e di bit. Avete mai provato a leggere su un e-reader appoggiato a un tavolo? Un’esperienza sgradevole, un po’ come leggere a monitor, ma anche qui per me – PER ME – c’entra molto poco la risoluzione o il contesto, è che per leggere io devo guardare in basso, non davanti a me. C’è qualcuno interessato a studiare la prossemica della lettura? No, perché è di questo che stiamo parlando.

La fisicità della scrittura è ancora più importante, ma anche qui sembriamo pensare che i bit si compongano nell’etere. Io scarabocchio a penna(rello) e trovo scomodissimo farlo su tablet. A penna prendo appunti che mi servono per fissare i pensieri, sul computer appunti che devo trasformare in report o comunque rileggere. Se devo pensare prima di scrivere mi serve una tastiera in tre dimensioni da usare seduta, ma se devo cazzeggiare va benissimo pigiar tasti simbolici anche in piedi (ma mai camminando). Il pensiero creativo impone fogli grandi, la scrittura sequenziale va ovunque (ma l’ideale è testo nero su sfondo bianco). E scriverò sempre più parlando (che è diverso da dettare), come in HER. Qualcuno è disposto a sostenere che parlare non è un’attività fisica?

Per tornare al post di partenza: qualunque libreria capisca che la fisicità di lettura e scrittura ha a che fare anche con le parole di bit sarà ancora più bella e accogliente della già notevolissima Tsutaya raccontata nel post. Basti pensare che McNally Jackson, non esattamente una libreria per nerd, mette in vetrina una stampante per il print on demand: c’è qualcosa di più fisico (e di meno convenzionale) di farsi un libro con le proprie mani? Ne parleremo lunedì con Gabriele Ferraresi, l’artefice di Sette (gallizio editore): seguiteci su Twitter, poi se viene bene lo rifacciamo anche in pubblico.

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Non è bello ciò che è verybello

 

Perdonatemi se mentre dissezionate #verybello io vi osservo quando, per riprendere una delle metafore del #Luminol, guardate il bit e non la luna.

Ci ho messo un po’ anche io, ieri, mentre cercavo di capire qual era il disagio che mi veniva non solo dal vedere questo sito online ma anche nel leggere i commenti, sia quelli ingenui che criticano un naming a partire dal proprio gusto e dalla propria cultura sia quelli professionali (che in gran parte condivido). Critiche e commenti a come è stato fatto un qualcosa che non doveva essere proprio fatto.

Alla fine ho capito che, anche se il livello della realizzazione fosse stato altissimo (e non lo è) Verybello sarebbe comunque sbagliato perché è un grave errore in questo momento creare un terzo brand quando non abbiamo ancora un posizionamento e una strategia di marketing e comunicazione chiara ed efficace per i due brand principali, che sono Italia (soprattutto) ed Expo (che dovrebbe sì prevedere una sezione “cosa fare in Italia”). Perché è questo che è stato fatto: è stato creato un brand non si capisce bene per che cosa. Che cosa è #verybello? L’elenco di eventi? Il belpaese di cui gli eventi sono una sineddoche? L’Expo? Inutile discettare – come ho fatto anch’io – se è bello o brutto, giusto o sbagliato, professionale o improvvisato se neanche si capisce a cosa questo nuovo brand fa riferimento, un significante senza significato.

Da qui il mio disagio anche a leggere i commenti: qual è il senso di un sito (e di un brand) dedicato solo agli eventi, che crea una confusione tale da far ipotizzare una sua sostituzione a Italia.it? L’idea, così come espressa dal ministro Franceschini, è quella giusta: “utilizzare l’Esposizione per valorizzare tutto il Paese e fare in modo che i milioni di visitatori in arrivo allunghino il più possibile il loro viaggio nel nostro Paese“. È che questa idea andava realizzata arricchendo i siti di riferimento (Italia.it ed Expo), non creandone un terzo con un’identità e un branding tutto nuovo. Era impossibile intervenire sui due siti Italia.it ed Expo2015.org? La soluzione certo non è creare un terzo soggetto così caratterizzato.

Non a caso l’indicazione del TDLab, completamente disattesa, era di creare un feed di eventi a disposizione di tutti gli altri siti; sicuramente meno sexy di un sito con le lucine ma molto, molto, molto più utile.

 

 

 

Paid media, paid work

E anche i blogger sono ormai un paid medium

Nell’ottobre 2007 scrissi un post su Maestrini per caso che si chiudeva così:

“Questo blog è uno spazio personale e non sarà mai in vendita, neanche per il miglior tramezzino del mondo. Chi vuole vendere il suo blog e la reputazione con esso guadagnata, è liberissimo di farlo, ma per favore, non mettetemi (non metteteci, che il Maestrino sottoscrive) nello stesso campo da gioco.”

Se ne parlò molto e molti pensarono che io fossi spinta da etica e da idealismo, che sono anche importanti ma nel caso specifico c’entravano poco. Lo si pensa spesso di chi non si (s)vende e la breaking news è che spesso chi lo fa vuole vendersi meglio, tutto qui. Io, almeno, lo faccio per quello: non sputtanarsi, nel medio/lungo periodo, paga.

Qualche mese prima, a un BarCamp, avevo espresso la mia preoccupazione sulle conseguenze di una professionalizzazione dei blog; l’intervento si chiamava “La kryptonite dei social media” e la mia tesi era abbastanza semplice:

Più valore per tutti?
Nel momento in cui un blogger gode delle ricadute positive della sua passione, del suo impegno libero e disinteressato, della sua generosità, l’intero sistema ne guadagna e niente viene sottratto alle dinamiche virtuose delle community (di tutte, non solo quelle blog based).
O più valore per me?
Nel momento in cui un blogger perde la sua libertà perché agisce in vista di un fine, esce dall’economia del dono ed entra nell’economia di mercato: il suo scopo non è più il divertimento o la riflessione o la scrittura [il passo], ma [la meta].

Chi esce da una dinamica sociale per entrare in una editoriale cambia a tutti gli effetti campo di gioco.
L’’abbandono dell’economia del dono determina:
– responsabilità (anche in termini di aspettative)
– asimmetria sociale (i propri interlocutori si trasformano in “audience” e non riescono più a ricambiare con la propria competenza quella messa a disposizione, interrompendo la
crescita di valore del sistema).

Anche in quel caso venni presa da molti per un’idealista un po’ fuori dai veri giochi di soldi e potere: la professionalizzazione dei blogger sembrava inevitabile, se non desiderabile. Sette anni dopo i blog sono testate di serie B (se non C), i blogger quando va male mendicano campioncini e quando va benino vendono la loro “influenza” un tanto al chilo. Solo pochi sono riusciti a entrare appieno in una dinamica editoriale e ci sono riusciti prendendosi appieno la loro responsabilità di informare/intrattenere i lettori e di creare valore per gli inserzionisti, ancora meno sono riusciti a restare in una logica puramente sociale in cui la notorietà e la reputazione non sono merci di scambio diretto ma servono a migliorare il proprio valore di mercato come professionisti.

(Qualcuno, pare, si diverte ancora a scrivere :-)

Qual è la conseguenza di tutto questo per le aziende, cioè per i miei clienti? La principale conseguenza è che sempre di più gli influencer, esattamente come Facebook, sono diventati un medium a pagamento. Se paghi, però, cambi campo da gioco: ottieni con maggiore facilità obiettivi numerici importanti, ma o sei costretto a barare (violando le norme che impongono di dichiarare esplicitamente che un parere è stato comprato) oppure, esattamente come nel 2007, esci dall’economia del dono ed entri nell’economia di mercato. Hai l’illusione di comprare “peer influence” ma stai comprando uno spot a due dimensioni (un post, ah ah): non stai facendo digital pr, non stai facendo social media marketing, stai comprando spazi pubblicitari.

Niente di male, sia chiaro, anzi: l’importante però è saperlo :-)

Utente, nativo, social-whatever: mai più

Innovazione no frills

Il medico pietoso

Buon Edison Start a tutti :-)

Impresa e ambienteNel 1991 stavo preparando la mia tesi “Impresa e ambiente: la comunicazione ecologica in Italia”, divertendomi moltissimo nel fare ricerca sul campo sui comportamenti delle aziende. Una mattina, con sprezzo del pericolo, decido di capire lo stato dell’arte del riciclo della carta. Dopo un po’ di difficoltà trovo un numero di Roma e parte una conversazione più o meno su questi toni:

Io: “Buongiorno, sono MDB, vorrei informazioni sul riciclo della carta”
Loro: “in che senso?”
Io: “È che consumo un sacco di carta e mi piacerebbe capire se posso darvela per il riciclo”
Loro: “beh, certo, è un po’ complicato, ma possiamo organizzarci per la raccolta: di che volumi stiamo parlando?”
Io: “beh, sono una studentessa, tra appunti, fotocopie e simili ne butto almeno una risma al mese”
Loro: “…”
Io: “pronto, pronto, c’è qualcuno?”
Loro: (parlando a un collega) “c’è una studentessa da Milano che vuole riciclare i suoi appunti” (risate, clic)

Oggi a Milano sta per partire la raccolta dell’umido anche nella zona dove abito, a nord est. Nel corso di quest’anno è già partita a sud est e sud ovest, con buoni risultati: “il quantitativo medio settimanale per abitante è pari a 1,8 chilogrammi di umido e la raccolta differenziata ha raggiunto il 47%” (dati AMSA). Da quella telefonata a questo risultato non sono passati solo 22 anni, è passata anche l’idea che il rispetto dell’ambiente, se reso praticabile, entra a far parte della nostra vita quotidiana.

Edison Start: il cambiamento inizia da te

È anche per questo che sono particolarmente contenta di essere stata coinvolta a livello professionale nel racconto di Edison Start, un premio rivolto a persone fisiche, start up e imprese con un claim che oggi più che mai mi tatuerei sul dorso delle due mani: “il cambiamento inizia da te”.

Lo propone una società che le cose le ha cambiate sul serio, una vera e propria startup ante litteram: nel 1883 (130 anni fa) ottenne la licenza di una dinamo inventata da Thomas Alva Edison e mise in funzione a Milano “Santa Radegonda”, la prima centrale elettrica europea per la distribuzione continua di energia.

Ci pensate? Più di un secolo fa l’energia elettrica non c’era, vent’anni fa l’idea di riciclare la carta faceva ridere, cinque anni fa fumavano nei ristoranti, e c’è ancora chi insiste che le cose non cambiano.

Edison Start vuole farle cambiare ancora e ancora, coinvolgendo chi in questo momento ha le idee ma non ha ancora trovato i fondi. È un premio per chi ha idee in questi tre campi:

  • Energia (soluzioni e tecnologie innovative nell’ambito dell’efficienza energetica e dell’energia rinnovabile)
  • Sviluppo Sociale (progetti, anche culturali, capaci di attivare opportunità di sviluppo imprenditoriale per la lotta alla povertà, il miglioramento delle condizioni di vita, l’accesso ai diritti fondamentali e l’integrazione)
  • Smart Community (progetti che comportino un’innovazione ed effetti positivi nell’ambito della qualità della vita domestica e della comunità a cui si appartiene)

Chi partecipa non sarà solo nella proposta e sviluppo della tua idea: prima dell’assegnazione del premio (100.000 euro) sarà possibile contare sui suggerimenti dei partecipanti e, per i trenta finalisti selezionati, sui consigli dei tutor Edison.

Sul sito trovi il bando e tutte le istruzioni per partecipare: la raccolta delle idee inizia il 13 gennaio, un inizio 2014 decisamente interessante.