Le mille e un milione di notti

(articolo lungo, se preferisci leggilo in PDF)

Una storia non nasce finita: c’è sempre un mondo intorno, altre strade possibili, le vite dei personaggi secondari e tutto quello che è successo prima e dopo della scelta del narratore.
Un tempo le storie fluivano di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, di villaggio in villaggio. Viaggiavano con le persone e si arricchivano a ogni tappa, aperte a qualunque arricchimento esterno. Erano storie infinite, ma disperse: vivevano solo per il tempo del racconto per venire poi affidate alla memoria.

Il genio dell’accoglienza

Il genio dell’accoglienza

Parto dalla fine, da un tweet:

Star Wars e il viaggio dell’eroe

Le campagne non le porta la cicogna

Ogni tanto mi capita di spiegare che, per quello che vedo, la capacità di esprimersi per iscritto delle persone negli ultimi anni è migliorata tantissimo (soprattutto considerando che si partiva da un livello patetico), mentre è in caduta libera la qualità della scrittura professionale. Lo so, sembra una boutade: la pochezza media delle conversazioni che leggiamo online è evidente, è alla portata di tutti. Quello che non è alla portata di tutti invece è l’analisi della scrittura professionale, soprattutto quando la professione è quella del comunicatore.
Nel tritacarne della qualità dovuto all’abbassamento dei budget pubblicitari e di comunicazione la figura più sacrificata infatti è proprio quella dedicata a trasformare i contenuti da esprimere in messaggi testuali, il copywriter.

Istruzioni per rendersi felici

1) far finta di essere bionde (anche se sei un uomo)
2) mangiare tante friselle con olio pugliese, pomodori buonissimi e il tonno di Torre Colimena
3) continuare a muoversi anche da fermi (basta pensare)

La continuità tra public speaking e social media

La continuità tra public speaking e social media

La notizia dello sbarco di Prezi in Italia mi ha beccata in un momento in cui sto lavorando molto sulla continuità tra le attività di public speaking e i social media. Mi ha colpito non tanto il lancio della versione italiana (che sponsorizza questo post), quanto i numeri: 60 milioni di clienti (di cui 350.000 in Italia), 200 milioni di Prezis, 1 miliardo di visualizzazioni.

200 milioni di presentazioni su Prezi significano ore e ore di lavoro, di conoscenza, di competenza, di soluzioni regalate agli altri. Significa andare oltre la durata del tuo corso o del tuo discorso e farlo durare, rendendo accessibile a molte più persone. Eppure pochissime persone colgono il fortissimo legame tra parlare in pubblico e pubblicare i contenuti del tuo intervento usando i social media per farli girare e durare. Mi è capitato più volte di cercare di spiegare che, per esempio, lo streaming e la regia video di un convegno non sono un contentino per chi non può venire, ma un investimento che ti permette di moltiplicare l’audience senza dover affittare uno stadio e senza impazzire dietro la concorrenza di mille altre eventi contemporanei.

So benissimo che i video e i social media come strumento di cronaca di un evento sono ampiamente diffusi, anche perché sono anni che lo faccio e lo propongo ai miei clienti; ricordo con particolare affetto la prima edizione di Anteprime nel 2010 con una fantastica squadra di assatanati lettori a twittare come pazzi dal tramonto all’alba (o quasi).
Quando dico che pochi vedono la continuità tra public speaking e social media intendo dire che pochi li progettano insieme: come per quasi tutto quello che riguarda i social media viene progettato l’evento (o l’intervento) e poi, a parte, come se si trattasse d’altro, la sua comunicazione e la sua amplificazione. Probabilmente è ancora un problema di dualismo reale/digitale: chi organizza un incontro in un ambiente fisico fa fatica a vedere la sua amplificazione digitale come parte dello stesso processo.

È un gran peccato, sia che si tratti di personal branding sia di maggiore diffusione per contenuti molto interessanti che, altrimenti, scivolano via come lacrime nella pioggia. È per questo che i numeri di Prezi mi hanno colpito: 200 milioni di presentazioni che sono (in gran parte) online nel momento in cui sono finite sono un’ottima base per far iniziare l’intervento prima di presentarlo e farlo durare anche dopo, magari con le modifiche fatte dopo averci ragionato su in pubblico.

Lo storytelling come linguaggio di markup

Lo storytelling come linguaggio di markup

Non so se lo sai, ma le pagine web sono scritte in linguaggi semplici e potenti che dicono al browser come far vedere i contenuti. Si chiamano markup language e non sono veri linguaggi di programmazione, ma evolvendosi hanno permesso, come dice Fabrizio Ulisse di Vudio “la più grande conquista di chi progetta siti: la separazione tra contenuto, struttura ed estetica”. I più noti e usati sono l’HTML, l’XML e i CSS. Questi ultimi, detti anche fogli di stile, invece di ripetere le annotazioni decine di volte nelle pagine le raggruppano in un posto solo. Comodo, no? Quando aprendo una pagina vedi dei pezzi di codice vuol dire che c’è qualcosa che non va: sono istruzioni per il browser, non informazioni per chi lo usa.

Il modo più efficace oggi di usare lo storytelling per un prodotto o un brand è vederlo come un linguaggio di markup. semplificando (gli amici geek mi perdoneranno) di vederlo come il foglio di stile di quel brand. Esattamente come con il codice, se si vede, non funziona: se lo fai vedere tu, se lo esibisci, se lo espliciti, stai uscendo con le calze smagliate, ma apposta.

Cosa vuol dire, in pratica, usare lo storytelling come markup [era: come foglio di stile]? Vuol dire prendere i fatti e montarli usando gli strumenti della narrazione: la trama, i personaggi, il conflitto, l’arco di trasformazione, i luoghi, i linguaggi, gli snodi narrativi, i colpi di scena, i doppi e tripli livelli di lettura, insomma tutto quello che ci fa restare attaccati a un libro o a un film o a un videogioco.

Il prodotto e l’azienda, in questo percorso, non sono protagonisti, ma sono rispettivamente l’oggetto magico o il tesoro e l’aiutante, figure molto familiari a chi ha studiato semiotica o narratologia, ma anche molto facili da studiare e da capire.

Lo storytelling turisticoUna volta messo a punto il markup narrativo, seguendo per la core-story lo schema struttura-contenuto-presentazione, lo usiamo come riferimento per ogni singolo aspetto della comunicazione aziendale, dalla targhetta sulla porta alla convention passando per il negozio e il packaging fino allo spot. Perché è soprattutto a questo che serve lo storytelling: a creare un mondo narrativo intorno al prodotto, non solo a raccontarlo.

Update: il sopra citato Fabrizio mi ha convinto che lo storytelling è più HTML che CSS, quindi ho fatto delle modifiche al post

(s)punticle #1

La fiducia vien mangiando

È bello vedere i segnali deboli trasformarsi in dati di mercato. Seguo da almeno un anno l’evolversi della cosiddetta “food mindulfness“, cioè l’attenzione al benessere e al cibo che fa stare meglio più che la ricerca del metodo segreto per dimagrire in un fine settimana.
Ecco due estratti dall’indagine “Health Wellness and Nutrition“, presentata da Gianni Fantasia alla conferenza stampa dell’Inkontro Nielsen 2015 (di cui sono ospite), che confermano questa tendenza: mangiamo sempre tanto, ma cerchiamo di mangiare meglio e con più intelligenza.

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Il dato più interessante per chi è meno interessato ai regimi alimentari? Negli ultimi tre mesi (primo trimestre 2015) l’Indice di Fiducia dei Consumatori Nielsen ha dato segnali di forte ripresa.Nielsen_20150519_Linkontro_ppt_Fantasia_def (dragged) 2

Se vuoi approfondire puoi scaricare le slide della conferenza stampa. Io cercherò di raccontarvi (su Twitter soprattutto) gli aspetti più interessanti degli incontri dei prossimi due giorni.

Una vita a far distinguo

Quando studiavo PR, erano le PR serie, non Pranzi e Ricevimenti. Quando ho iniziato a lavorare con Internet era necessario precisare che virtuale non vuol dire finto, ma digitalizzato. E poi le community, che non sono software, ma gruppi di persone.

E i contenuti, che non sono testi, ma i contenuti tutti, quindi anche foto, schizzi, video, impronte digitali, cuori su mappe, azioni, attenzioni. E Twitter che non è un social network, ma microblogging. E da un paio d’anni lo storytelling, che non è raccontare storie, ma fare user experience design creando un campo di forza che assomiglia molto ai mondi narrativi, mondi da cui non vuoi uscire.

Una vita a dire che sì, ma no. Che è così, ma non proprio. Che lo faccio, ma non è quello che credi. Sono stanchina, spariglio un po’.

Human2Human

Dell’intervento di Bryan Kramer al BeWizard di Rimini non mi ha colpito tanto l’esortazione all’umanesimo – uno dei miei tormentoni da sempre – ma la sua declinazione quasi ossessiva in semplicità, empatia e imperfezione per ottenere un unico risultato: essere Delightfully Disruptive. Vista così, più vicina alla sorpresa che alla devastazione, la malefica disruption mi torna quasi simpatica.

Selfwee #0

E ogni tanto cambio casa

Cose scritte altrove e che mi piacerebbe fossero lette da chi passa da qui:

 

E buon 2015 :-)

Ringraziamenti

Ringraziamenti

#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali#Luminol è stato ispirato da quattro persone che non ci sono più e da due che non esistono.

Gil Grissom perché mi ha fatto capire come usare il #Luminol anche sulle parole e sulle intenzioni, Lincoln Rhyme perché mi ha insegnato a fare la griglia prima di analizzare i fatti e a guardare la realtà attraverso gli occhi degli altri.

Marco Zamperini perché, beh in molti lo sapete perché; per tutti gli altri basti sapere che a Marco della tecnologia fregava alla fine poco, lui amava le persone e voleva cambiare il mondo. A noi rimasti tocca fare anche la sua parte.

Ada Lovelace perché lei faceva “scienza poetica”; aveva capito benissimo già nell’800 che i computer avrebbero fatto quello che gli dicevamo noi di fare ancora prima di inventarli.

Tecla Sollai perché quando Filippo mi ha detto “andiamo in Sardegna che è morta Tecla” io ho annuito pur non sapendo chi fosse. Ho imparato ad amarla negli occhi del paese che la salutava, poi ho conosciuto la sua storia e l’ho amata ancora di più: per me è il simbolo dell’Italia che può farcela da sola.

Mio fratello Marcellino perché è a lui che mi sono rivolta, lui così analogico con la sua macchina da presa, lui che ero appena riuscita a coinvolgere nelle cose che facevo, con il suo sguardo che completava così bene le mie parole.

Luminol sneak preview

Siamo tutti mutanti, io poi sono pure troppo alta

Siamo tutti mutanti, io poi sono pure troppo alta

Ero credo in seconda media o giù di lì quando la mia migliore amica dei tempi mi disse che spesso era a disagio con me perché ero “diversa”. Io pensai che si riferisse alla mia altezza (ero già un metro e ottanta in una città in cui l’altezza media delle dodicenni era un metro e cinquanta) e invece no, stava per iniziare un tormento che mi avrebbe accompagnato tutta la vita, un po’ un superpotere ma alla X-Men. “Sei diversa perché sai cosa vuol dire boicottaggio”, mi disse (erano i tempi delle Olimpiadi di Mosca, qualche anno dopo Sting avrebbe cantato Russians, il Muro di Berlino era ancora bello su, ero innamorata di Miguel Bosé).

Da piccola ho fatto molta fatica ad accettare che c’erano cose che molti altri non sapevano; sono nata e cresciuta convinta che tutti sapessero, vedessero, capissero quello che sapevo, vedevo, capivo io.

“In che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio?” le risposi.
“Ecco, vedi?” mi disse lei.

Anni e molti libri dopo, ovviamente, ne ho fatto un mestiere. Per anni ho sfruttato questa capacità di scoprire e imparare linguaggi (e nozioni) scrivendo per conto terzi come se fossi loro (lo chiamano “lavorare nella comunicazione”), da qualche anno ci aggiungo pensieri miei (che risultano spesso strampalati ai più) e li pubblico o li racconto in pubblico.

Ecco, ancora più che scrivere, questa cosa di parlare in pubblico mi piace assai, mi piace dagli esami universitari, mi piace pensare parlando, mi piace pensare a cosa devo dire e mi piace cambiarlo mentre lo dico. Mi piace che praticamente sempre nelle ore precedenti a un mio intervento succede qualcosa che mi fa capire come iniziare, mi piace improvvisare guardando le persone che ho davanti, mi piace la sensazione di pensare insieme a loro.

La sensazione è un po’ quella che ho descritto in questo tweet:

 

Una sensazione bella perché eccitante e leggermente spaventosa, quell’attimo in cui stacchi i piedi da terra e chiudi gli occhi e sei in aria e poi l’acqua, il costume che sfila via, due bracciate, la luce in alto, uscire e riprendere aria e contatto con una realtà in cui non voli.

Non ho mai paura prima, ho spesso paura dopo: la bambina in me, quella che indovina spesso il ritmo del discorso, continua a pensare che so tutto e che tutti sanno tutto e che quindi era tutto perfettamente chiaro, ma io adesso so benissimo che qualcuno non avrà capito, che molti si saranno annoiati, che qualcuno mi avrà odiata, che qualcuno mi avrà apprezzata per le ragioni sbagliate, che molti spesso capiscono quello che volevano loro e me lo attribuiscono, magari in un tweet.

La paura dopo non è un deterrente, soprattutto adesso che grazie al live twitting (qui per esempio tutti i tweet di #iloveischia) posso verificare quanto spesso e quanto bene arrivano molte cose che dico e che a volte sono anche utile a qualcuno. Soprattutto lavorando con gli operatori turistici sto cercando di affiancare al racconto di quello che so la pratica di quello che so fare, proprio mettendoli intorno a un tavolo con carta e penna (o tablet, se ce l’hanno). È quello che faremo a Trento durante TravelNext settimana prossima: passare dalle intuizioni (lo storytravelling) alla pratica, soprattutto esercitandoci a tuffarci e nuotare in un flusso di contenuti, proposte e risposte, sintonizzandoci con chi non ci sta di fronte fisicamente ma proprio per questo è molto più leggibile.

Ho imparato molto, negli ultimi anni, soprattutto da Marco Zamperini, ed è anche per lui, per continuare il suo instancabile lavoro di divulgazione, che cerco di far fare un passo indietro a quello che a me piace raccontare e di mettere in scena quello che può essere utile a chi mi è venuto a sentire. Solo dopo ho capito quanto aveva ragione  nel dirmi di non avere paura di ripetere sempre le stesse cose, di semplificare il linguaggio, di dire cose che a me sembravano scontate, come se lui vedesse ancora molto bene la ragazzina che non capiva in che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio. Io ci sto provando, se chi mi ascolta ha dei consigli, delle richieste, delle critiche io sono qui, perché a me raccontare quello che so e quello che ho imparato piace e vorrei farlo sempre meglio.

Non è mai troppo tardi

per sei anni d’amore io so cosa varrei

receiptaka “Il giorno in cui la mia vita di prima è finita

 

Di storia in storia

La deriva dell’hashtag

Non usare quel profilo

Tutti i tweet delle Invasioni Digitali

[Repost] La fine delle fini

Del perché l’alfabeto è diverso da Internet

Obnubilamenti e abdicazioni