Come si scrive un post

Se vuoi scrivere un post che funzioni nel tempo devi partire dalla parte più difficile: nel primo paragrafo rispondi bene alla domanda che potrebbe farti qualcuno che vorresti avere come cliente (o lettore o amico), per esempio “Come si scrive un buon post?”. Bene vuol dire in modo chiaro, senza tecnicismi, preciso, ma anche interessante, piacevole e coinvolgente. Non vuol dire breve, o facile, o con tante immagini: vuol dire sintetico, semplice e con le immagini che servono per completare le informazioni che vuoi dare (e magari far sognare o divertire o emozionare un po’).

L’utilità dell’errore

Fingere la perfezione e il totale controllo della situazione è stata la strategia di marketing dominante fino a un minuto fa. Nel mondo del marketing, in particolare nel mondo pubblicitario, niente va storto, mai. I cieli sono sempre azzurri, i mari calmi, i barattoli facili da aprire e i vestiti cadono perfettamente. Quando da audience diventiamo clienti però la vita riprende in mano la situazione e, con i social media, non rimane più chiusa nella nostra sfera privata: la perfezione non esiste e, a volte, non è neanche desiderabile. Fotografiamo le nuvole, surfiamo sulle onde, chiediamo aiuto a qualcuno più forte e troviamo un nostro stile pure stropicciati.
Ed ecco che il conflitto (necessario perché ci sia una storia interessante) rispunta anche nella comunicazione pubblicitaria. E no, non parlo tanto di fail fast, fail better, ma parlo proprio di prendere in considerazione l’idea che promettere perfezione e non consegnarla è stupido, avendo a che fare con persone sempre più sgamate.

Di soldi, tasse e altre utili cose noiose

Il video di un mio intervento al FreelanceCamp è stato inserito in questa guida di Antonella Gallino su un tema di grande interesse per l’ecosistema professionale in cui lavoro, e cioè “Quando il compenso di un lavoratore autonomo può considerarsi equo?”. In realtà penso che sia un tema di grande interesse per tutta la società, perché una società dove le professioni intellettuali/creative non sono pagate il giusto è una società che prima o poi avrà dei problemi, problemi che in gran parte vediamo già spuntare: perdita di rilevanza dell’informazione professionale, sfiducia nella competenza, comunicazione pubblicitaria sempre un passo indietro al pubblico. Per non parlare delle speranze di intere generazioni di guadagnarsi da vivere facendo quello per cui hanno studiato, tema molto caldo considerando che “La verità è che non sei bravo abbastanza” è, a distanza di anni, ancora il post più letto su questo sito.

Quel video era centrato sulla difficoltà, per un freelance, di farsi pagare anche il tempo dedicato alla gestione del proprio lavoro, in particolare la microgestione (spostamenti, riunioni, telefonate, continue richieste di modifiche). La mia tesi, semplice ma efficace, è: fatti pagare a consuntivo, a tassametro, a ore e non a forfait. Non è facile, non sempre ci si riesce, ma anche solo porre il problema aiuta il tuo interlocutore a vedere qualcosa che ignora, magari in perfetta buona fede. Riuscirai mai a farti pagare la microgestione? No! Riuscirai a ridurla facendola vedere come un costo? Sì! Se sei curioso il video è qui, insieme alle slide:

Negli anni, confrontandomi con amici e colleghi, mi sono resa conto che a molti freelance, bravissimi nel loro lavoro, manca l’esperienza o la competenza necessaria per gestire il lavoro parallelo a qualunque attività in proprio, cioè trovare nuovi clienti/lavori, fare un’offerta sensata, farsi pagare il giusto e pagare le tasse. Intendiamoci, mi sembra sano: io sono una creativa pubblicitaria che sa come usare i social media, l’ultima cosa che voglio è occuparmi di offerte, contratti e tasse. Però ho imparato a farlo e ho imparato un po’ di cose che penso di mettere a disposizione di tutti, come ho sempre fatto. Prima in mail, poi, se ha senso, in pubblico.

Ho perso il conto di quante volte ho aiutato amici a trovare il prezzo per un loro lavoro e, sia chiaro, continuerò a farlo volentieri, ma magari insieme riusciamo a far crescere la competenza di tutti. Pensiamo alle tasse, per esempio. Nessuno ama pagare le tasse e nessuno o quasi (certo non io) riesce a fare quello che si dovrebbe fare, cioè mettere da parte metà di quello che si incassa per farsi trovare pronti all’appuntamento di giugno/luglio. Ma è possibile che molti scoprano a luglio l’entità della pressione fiscale? Ogni anno? Da anni? No, dai: #bastalagne ma anche #bastacaderedalpero. Succede ogni anno: ad aprile fioriscono le allergie, a giugno devi pagare (a spanne) metà del fatturato in tasse e a ottobre cadono le foglie e si accorciano le giornate.

Non accadono solo cose brutte, però: ad aprile fioriscono anche i ciliegi e a novembre, se hai fatturato di meno dell’anno precedente (capita, a volte anche per scelta) puoi chiedere al commercialista di ridurre gli anticipi. Si chiama “metodo previsionale” ed è previsto dal fisco, perché non usarlo? Se il tuo commercialista trova tante scuse per non farlo (alcune delle quali terrorizzanti) cambia commercialista, perché uno degli obiettivi della salute fiscale (e mentale) è pagare gli acconti precisi (anzi, meglio se qualcosa in più), in modo da prendere il giro giusto e, ogni anno, pagare solo gli acconti e non i saldi.

E se proprio non ce la fai a rispettare una scadenza, magari perché un pagamento non arriva, lo sai, vero, che non è che vengono ad arrestarti il giorno dopo? Le uniche scadenze che non prevedono il “ravvedimento operoso” sono quelle dell’INPS, ma le altre sì. Ravvedimento operoso vuol dire che se non ce la fai a pagare un f24 lo paghi dopo con un piccolissimo aggravio. Ma piccolo davvero, non per ironizzare. E anche quando va tutto bene perché, per esempio, pagare l’IVA su fatture non incassate quando è possibile pagarla per cassa, cioè solo sulle fatture incassate?

Ok, mi sono intristita anche solo a pensarci e spero di non avere intristito pure te. Diciamo che quest’anno facciamo tutti insieme il Grande Gioco delle Tasse, e ci ritroviamo a giugno con i soldi per le tasse pronti in contanti. E per favore, quando sarà, facciamoci un piantino da soli in privato e, per una volta, indossiamo un bello #gnegnegne: tanto comunque lo sapevo già.

(nessun commercialista è stato maltrattato per scrivere questo post, ma la mia lo ha dovuto leggere per controllare che non scrivessi cazzate: è una brava, presto avrà anche un sito)

Le mille e un milione di notti

(articolo lungo, se preferisci leggilo in PDF)

Una storia non nasce finita: c’è sempre un mondo intorno, altre strade possibili, le vite dei personaggi secondari e tutto quello che è successo prima e dopo della scelta del narratore.
Un tempo le storie fluivano di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, di villaggio in villaggio. Viaggiavano con le persone e si arricchivano a ogni tappa, aperte a qualunque arricchimento esterno. Erano storie infinite, ma disperse: vivevano solo per il tempo del racconto per venire poi affidate alla memoria.

Una gigantesca riunione di condominio

Immaginate una classica riunione di condominio, ma con una differenza: per una volta i partecipanti, invece di litigare e parlare a sproposito, prendono insieme una decisione molto migliore di quella proposta dal professionista pagato per farlo. È successo davvero e non perché il gruppo è a prescindere migliore del capo (l’equivoco che ci sta distruggendo). È successo perché nel gruppo c’erano due esperti (un architetto e un altro amministratore di condominio) che hanno potuto proporre la loro soluzione, immediatamente appoggiata da tutti gli altri perché era quello che serviva.

Il calendario dell’avvento per i libri di Natale (e dopo)

31 dicembre – Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (Michael Chabon)
“Che cosa fai a Capodanno?”
“Un secondo giro con Kavalier e Clay”

(buon 2017 con i #libriMiao)

 

 

 

30 dicembre  – Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda (Claudio Giunta)

Ne sono rimaste solo sei copie, dice Amazon.

Una per chi non c’è ancora andato.
Una per chi non si sogna proprio di andarci.
Una per chi pensa di averne avuta abbastanza.
Una per chi pensa che non è mai troppa.
Una per chi ha bisogno di bellezza ovunque.
L’ultima per te, che, come me, sei nata al Sud, ma hai nel sangue il Nord.

28 dicembre – The Princess Diarist (Carrie Fisher)
Se la piangevi prima di averla letta sei ancora in tempo a soffrire molto di più (ma ne sarai felice e ringrazierai moltissimo)

 

 

 

Euforia (Margaret Mead, Gregory Bateson)27 dicembre – Euforia (Lily King)

Euforia è come un Double ShackBurger: una storia d’amore in una storia di scoperta con dentro la storia dell’antropologia.
I protagonisti sono Gregory Bateson e Margaret Mead e, per una volta, sotto la lente ci sono loro. Rapimento garantito.

 

 

23 dicembre – Notti in bianco, baci a colazione (Matteo Bussola)
Sono mesi che provo a capire/spiegare la differenza tra annoiare parlando dei propri figli e deliziare raccontandoli. Ma perché perdere tempo quando invece puoi leggere Matteo Bussola?

 

 

 

 

2o dicembre – Per un cuore da guerriero. Le arti marziali, la filosofia e Bruce Lee (Daniele Bolelli)

 

Oggi ci serve questo, esattamente questo. Sarò sempre grata a Daniele Bolelli per questo libro e per il suo spirito indomito.

 

 

19 dicembre – Il maestro della testa sfondata (Hans Tuzzi)

Della mia passione per i commissari ho già parlato, ma non ho detto della mia infedeltà. Li amo tutti e non voglio sceglierne uno, ma se proprio dovessi, lo confesso, mi terrei Melis.
Non è solo il suo fascino colto e gentile, è che Milano rivive nel racconto di Hans Tuzzi in un modo che concilia nostalgia e presenza. È la Milano che non ho mai conosciuto, che ogni tanto riaffiora e di cui, mi sembra, sia rimasto il meglio.
Iniziate dal primo, un tempo difficile da trovare: per fortuna ad amarlo siamo in molti.

 

18 dicembre – The sense of style. The Thinking Person’s Guide to Writing in the 21st Century. (Stephen Pinker)

Quest’estate è andato quasi tutto storto, tranne questo libro. Mi sono appoggiata alle sue righe trovandoci l’orizzonte che mi mancava e che poi ho rivisto, anche seguendo le sue indicazioni.

È in sé un esempio di quello che insegna: eleganza, gentilezza e rispetto nell’uso delle parole. Più che un manuale di scrittura, uno stile di vita.

 

17 dicembre – Lo fo io

A volte le aziende si leggono come libri e le persone che le animano come personaggi. È il caso di Lo fo io, un’azienda di Prato che ti tiene al caldo in due modi: con Ganzi, Sciarpelli e Berti e con un’accoglienza bellissima, che sia digitale o nello spaccio.

Se sei in ritardo o a corto di idee per i regali di Natale sbanfala con loro.

16 dicembre – sette romanzi di Simonetta Agnello Hornby

I profumi, la famiglia, i ricordi, gli intrighi, i pettegolezzi, le risate, i giardini, il mare, le leggende e l’umanità tutta intera riassunta da Simonetta Agnello Hornby.

Se non potete andare subito in Sicilia andateci leggendo lei.

 

 

15 dicembre – L’anno del pensiero magico (Joan Didion)

Il passaggio peggiore di un lutto è il non poter piangere, perché piangere significa ratificare la perdita, ammettere che qualcosa è successo. Ho pianto per tutte le pagine di questo libro, lacrime prima di dolore, poi di liberazione, infine di gratitudine. “La vita cambia in fretta”, goditela tutta.

 

 

14 dicembre – L’ora di tutti (Maria Corti)

Ad Aleppo, ancora una volta nella storia, si avvicina “L’ora di tutti”.

Leggere un romanzo storico non salverà vite, ma forse ci aiuterà a sentire cosa vuol dire assedio, condanna, rassegnazione. È anche un romanzo bellissimo, che non consola, ma aiuta. Non ho più visto Otranto (e il mare) con gli stessi occhi.

 

 

13 dicembre – Breve storia di due amiche per sempre

Per una volta consiglio un libro che non ho ancora letto, perché a volte ci si deve affidare, anche e soprattutto nel dolore.

 

 

 

12 dicembre – Il bambino magico

I romanzi, prima di essere stampati, hanno mille vite; ho amato tutte le varianti del Bambino Magico, e non solo perché Maria Paola Colombo è una delle mie sorelle separate alla nascita.

 

 

 

11 dicembre – NW

Se Pleens fosse un libro sarebbe NW di Zadie Smith.
L’ho letto in un’estate in cui mi sentivo, più che mai, “one of a kind”, ma non in senso buono. Leggevo, annuivo e pensavo “almeno siamo due, almeno c’è lei”.
(e dai retta a me: una riga di Zadie vale un milione di arzigogoli di Safran Foer)

 

10 dicembre – Una stanza tutta per sé

Cosa sono 1,99 centesimi se in cambio ti danno Virginia?
(meditazioni di lusso: se lei avesse avuto Internet avrebbe scritto i suoi pensieri in modo diverso?)

 

 

 

9 dicembre – La trilogia Adamsberg (Fred Vargas)

Ho una passione per i commissari e passo con loro tantissimo tempo: il primo amore è stato Maigret, l’ultimo, il più disperato, lo spalatore di nuvole Jean-Baptiste Adamsberg.

Ti immagino immersa nei primi tre libri della sua storia, tra Natale e Santo Stefano, il mondo intorno che sparisce. Ti immagino a Parigi, tra delitti veri e amori che fanno ancora più male. Ti immagino che fai le fusa dal godimento e forse me lo rileggo tutto anche io.

 

8 dicembre – Diario di una sottomessa

Pensi che sia impossibile scrivere un vero romanzo erotico da una prospettiva femminile? Sophie Morgan ti farà ricredere (soprattutto se la leggi in inglese), perché ha scritto un gran bel romanzo (anzi due).

 

7 dicembre – Tim Ferriss

Oggi non vi consiglio un libro, ma un autore intero, l’autore che mi ha riconciliato con la saggistica di auto-aiuto, genere che di solito mi fa venire voglia di invadere la Polonia (cit).

I libri di Tim Ferriss, prima che utili, sono divertenti. È il Barone di Münchhausen del miglioramento: racconta storie talmente incredibili che non possono che essere consigli seri.

6 dicembre – La donna dai fiori di carta

Il più bel manuale di storytelling è un romanzo: leggetelo se volete capire (o far capire) cosa vuol dire creare un universo narrativo in cui il lettore dimentica la realtà circostante.
È anche un romanzo straordinario in sé, sia chiaro: una di quelle storie che ti rapiscono, ti deliziano, ti sollevano.

 

5 dicembre – Queste oscure materie (La bussola d’oro)
Quando ho finito questo libro ho pianto, un po’ come stamattina. Regalatevelo, regalatelo: più aletiometri per tutti.

 

 

4 dicembre – The Plan
Il libro che vi consiglio oggi mi ha cambiato il girovita, ma non solo. Sarò per sempre grata a Margherita per avermelo consigliato e a Lyn-Genet Recitas per averlo scritto.
La cosa che mi piace di più non è legata al cibo: è l’idea di applicare il metodo scientifico a te stessa, per capire come funzioni. E funziona.

 

3 dicembre – Design the Life you Love
Un regalo per chi vuole fare qualcosa di diverso, ma non sa cosa; per chi è bloccato, ma non sa dove vuole andare; per chi vuole essere felice, ma non per caso.
Un libro tutto da scarabocchiare, io lo adoro.

2 dicembre – Ipazia e la musica dei pianeti

Il libro di oggi è celestiale, ma per davvero: Roberta Torre ha creato un classico istantaneo, Amazon dice “dai 5 agli 8 anni”, io dico: per sempre.

 

 

 

1 dicembre – 1q84
Il mio personale calendario dell’avvento è: un libro al giorno da leggere, da guardare, da regalare. Per iniziare: quante lune vedi in cielo?

Il genio dell’accoglienza

Il genio dell’accoglienza

Parto dalla fine, da un tweet:

Social Media Journalism

I libri degli amici sono un casino. Se sono brutti ti imbarazzi, se sono belli rosichi. Leggendo Social Media Journalism di Barbara Sgarzi ho rosicato, ma con gusto: è un manuale perfetto e finalmente so cosa consigliare a chi mi chiede un testo per approfondire insieme buone pratiche e strumenti. È pensato per i giornalisti, ma sarà molto utile a chiunque voglia gestire contenuti di ogni tipo rispettando l’intelligenza dei destinatari e lavorando per obiettivi concreti e misurabili. Perché i social media sono interessanti solo se ci fai qualcosa di interessante.

Su meriti e colpe dei media lascio la parola a Barbara:

Sgombriamo subito il campo dal padre di tutti gli equivoci: non è che bufale, notizie non verificate, svarioni, errori di vario genere, foto sbagliate siano “colpa” di Internet. Sono sempre esistiti. Errare è umano e il giornalismo è fatto di persone. Se una colpa vogliamo imputare all’online, può essere quella della maggiore rapidità. Della possibilità, ormai alla portata di tutti, di contribuire a diffondere informazioni non verificate. Ma, ancora una volta, non diamo la colpa allo strumento: lo strumento fa ciò che gli diciamo di fare e un giornalismo più consapevole sulle reti sociali parte proprio da qui. Dall’impegno costante alla verifica, al controllo. Dal senso di responsabilità che ci deve fermare prima di postare, condividere, ritwittare informazioni in divenire. In molti casi non bisogna scomodare neppure la deontologia: si tratta di semplice buon senso. Non per niente, molte delle citazioni di questo capitolo non sono recentissime, ma risalgono ai primi dibattiti sulla necessità di verifica online. I principi fondamentali non cambiano. Solo, sono spesso ancora disattesi.

La presentazione milanese è da Open (Viale Montenero 28) il 24 alle 19: ci vediamo lì?

La differenza tra storia e narrazione (o del come avrei fatto io)

Io non sono femminista, ma…

No, non va bene, riproviamo, che è come dire “ho tanti
amici gay”, la classica frase che significa che stai per dire qualcosa che la contraddice. E per contratto, essendo l’ambasciatrice italiana dello “YES, AND” non posso usare la parola BUT.

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

BuzzooleLa comunicazione è azione, oggi più che mai. Lo è sempre stata, ma i media digitali, permettendo a destinatari una maggiore libertà di movimento, fanno cascare l’asino molto prima. Vediamo tutti i giorni aziende che si dicono veloci con siti lenti. Brand che si proclamano innovativi e sbandierano trionfali il loro arrivo su social network ormai maturi. Servizi che dichiarano di voler semplificare la vita dei cittadini con siti e interfacce incredibilmente complesse.

Vieni a BTO 2016?

La prima volta che io e Filippo, invitati da Roberta Milano, ci siamo affacciati a Buy Tourism Online nel 2011 abbiamo capito di aver sbagliato tutto, ma per fortuna abbiamo fatto in tempo a rendercene conto e ad adattarci. Siamo arrivati convinti di essere un corpo estraneo ospite di una galassia aliena, ma dopo pochi minuti ci sentivamo come quando prendi una casa per le vacanze con tanti amici e scopri che niente è come ti aspettavi. Per noi è una sensazione meravigliosa, ma può anche spaventare.

Il magico potere del parlare meno e meglio

Marie Kondo è una ragazza giapponese che, di lavoro, aiuta persone in tutto il mondo a liberarsi del superfluo. Ha pubblicato un libro – Il magico potere del riordino – che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Una sua giornata di formazione costa 1500 dollari e, se ve lo potete permettere, lei stessa viene a casa vostra e vi aiuta a eliminare tutto quello che non vi emoziona più (magari regalandolo). Per noi europei, carichi di storia come siamo, è una nemesi; per milioni di persone, adoranti o scettiche, una salvezza. Buttare i pesi. Fare spazio. Avere aria.

Io sogno una Marie Kondo della comunicazione e, in mancanza, mi alleno per diventarlo. Sono disordinata ovunque, ma con le parole degli altri mai. Ho lavorato per anni come copywriter, un lavoro che ti fa sembrare un tweet una sbrodolata: sono allenata a creare mondi in 40 caratteri, altro che 140. Perché dire una cosa dieci volte se puoi dirla bene una volta sola? I motori di ricerca insegnano: meglio un post ben scritto e continuamente rifinito di cento post fatti di parole fritte.

Eliminare il superfluo fa bene a tutti, ma io sogno una Marie Kondo dell’informazione giornalistica e della comunicazione aziendale, prima che personale. L’enorme volume di chiacchiere che inonda la rete, in fondo, è facilmente gestibile: gli strumenti per silenziare chi ci disturba sono già sofisticati, basta volerli usare. Una parola di troppo può uccidere, è vero, ma ho ambizioni minori: ridurre il rumore prima di affrontare la violenza verbale.
Parlando di rumore è la comunicazione aziendale il problema, soprattutto quando paga per saturare tutti gli spazi: aziende, editori e personaggi pubblici concentratissimi ad aumentare i volumi, mentre solo pochissimi si preoccupano di aumentare il valore. La soluzione non è il silenzio, ma il significato.

Valore, non volume è la formula consigliata agli editori da Pierluca Santoro, una formula che adesso non è premiata dal mercato pubblicitario, avido di click che gonfiano e non nutrono nessuno. Volume vuol dire fare 40 lanci al giorno senza neanche una notizia interessante, volume vuol dire scrivere paginate di informazioni non verificate e non verificabili, volume vuol dire rendere necessario lo smascheramento degli smascheramenti, volume vuol dire i video divertenti a destra delle notizie tragiche, volume vuol dire tutorial che non insegnano nulla, liste di liste, gallery di gallery. Marie Kondo ti insegna a piegare le magliette in modo da raddoppiare la capienza dei cassetti e trovare subito quella che cerchi, io, anche grazie a iniziative come Parole O_stili, vorrei provare a insegnare ai miei clienti a moltiplicare il valore delle parole riducendone la quantità: perché restino, perché pesino, perché alleggeriscano, pur continuando a vendere.

Guida viziata al Cammino Portoghese per Santiago di Compostela

Per il mio primo viaggio a piedi ho scelto di andare a Santiago di Compostela perché, da quando ho letto L’acchiappasogni di Stephen King, so che per non sbagliare strada devo cercare e seguire la riga gialla e quando la perdo di vista mi sento smarrita.

Appunti per vivere meglio in bici

condividere la strada - Pierre BotherelA giugno, dopo un bel pranzo all’aperto, chiacchieravo con un amico mentre andavamo insieme verso la libreria dove avevo appuntamento con un cliente. Eravamo allegri e forse un po’ distratti e, all’improvviso, una frenata, urla, un gran spavento ma per fortuna tutto bene: avevamo quasi investito una ciclista che stava uscendo da un passo carrabile altrettanto allegramente di noi.
Normale amministrazione? Fino a un certo punto, perché eravamo in bici anche noi.

L’agenda di settembre

Credo di poterlo accettare, ormai: è settembre, sono tornata, niente mare, niente montagna, tanto computer. Ma anche: cinema, amici, negozi, incontri, bici e la parte preferita del mio lavoro, le presentazioni. Nei prossimi giorni mi trovate qui:

il 16 settembre, allo IULM, alle 10, un incontro organizzato da Assorel: un “confronto tra giornalisti e comunicatori sui temi dell’informazione che cambia e il rischio di perdita di ruolo di entrambe le professioni di fronte alla disintermediazione.”
assorel
il 17 settembre, al TAG Calabiana, alle 11, una tavola rotonda del FashionCamp: “Il viaggio sostenibile”
il 18 settembre (e il 9 ottobre a Roma) un workshop molto cinico (infatti questo è a pagamento)
il 23 settembre cose di cuore (e di pancia): presento l’ultimo libro di Daniela Farnese, Donnissima. donnissima
il 25 settembre, all’Altroconsumo Festival, alle 15, la tavola rotonda “Digital Disruption. Cosa è accaduto nel mondo dei media e cosa sta accadendo nel mondo della Sharing Economy

E poi mi fermo un attimo, per raccogliere pensieri ed energie in attesa del primo corso “Vitamina D”, il 3 ottobre con il Design Thinking (a modo nostro).

Star Wars e il viaggio dell’eroe

No al body shaming, no allo shame shaming

Sono coetanea di Naomi Campbell, ho qualche anno in meno di Tatjana Patitz e qualche anno in più di Kate Moss. Avete mai sentito parlare delle Supermodel, in particolare le Big Six? Erano le modelle, no, le donne più belle del mondo e mentre la mia autostima perdeva i dentini da latte loro uscivano dalle passerelle per diventare delle vere proprie divinità.

Le campagne non le porta la cicogna

Ogni tanto mi capita di spiegare che, per quello che vedo, la capacità di esprimersi per iscritto delle persone negli ultimi anni è migliorata tantissimo (soprattutto considerando che si partiva da un livello patetico), mentre è in caduta libera la qualità della scrittura professionale. Lo so, sembra una boutade: la pochezza media delle conversazioni che leggiamo online è evidente, è alla portata di tutti. Quello che non è alla portata di tutti invece è l’analisi della scrittura professionale, soprattutto quando la professione è quella del comunicatore.
Nel tritacarne della qualità dovuto all’abbassamento dei budget pubblicitari e di comunicazione la figura più sacrificata infatti è proprio quella dedicata a trasformare i contenuti da esprimere in messaggi testuali, il copywriter.

Sessanta secondi da profugo

Nei prossimi giorni, quando avrai un po’ di tempo libero, preparati per una lunga camminata. Non serve molto: abiti adatti al clima, meglio se traspiranti, scarpe comode, uno zaino in cui mettere tutto quello che ti può servire lontano da casa.
Carica il telefono, prendi un po’ di soldi, un documento, una carta di credito, una bottiglia d’acqua, una barretta e un frutto; se non hai voglia di fermarti a mangiare per strada preparati un panino. Esci di casa e raggiungi il posto da cui partire, va benissimo anche se ci vai in auto o con un qualsiasi mezzo. E poi fai il primo passo e cammina, cammina finché non sei stanco.
Non è importante quanta strada fai, non importa quanto vai veloce e puoi fermarti quando vuoi, ma è importante che tu vada un po’ più lontano di quello che per te è normale. Per me, che sono appena tornata da un viaggio a piedi, sono circa venti chilometri. Per te possono anche essere due, o cinque, o cinquanta. Devi essere quasi sfinito e sentirti lontano da casa.
Quando sarai arrivato a questo punto te ne accorgerai facilmente: cominci a camminare come una papera, ti senti impolverato e accaldato, non sogni altro che di toglierti le scarpe, fare una bella doccia e poi rilassarti sul divano.
A questo punto ti chiedo di fare un piccolo sforzo. Non più fisico, ma mentale.

Frontiera PortogalloImmagina per sessanta secondi – un minuto – che non ci sia nessuna doccia. Nessun posto dove togliersi le scarpe. Nessun divano dove riposare, ma che dico divano? Immagina che non ci sia nessun posto dove andare e nessuna accoglienza in vista. Immagina che il tuo documento non ti permetta di andare avanti e di non poter tornare indietro. Immagina che i soldi che hai dovranno durare a lungo; immagina quanto diventa difficile scegliere come spenderli. Controlla la batteria del telefono non sapendo quando potrai caricarlo di nuovo. Sei stanco, sei sfinito e non vedi l’ora di tornare a casa, ma non hai più una casa e nessuno sembra disposto ad aprirti la sua. Immagina di non poterti nemmeno sedere sul ciglio della strada perché hai paura che ti prendano. Nello zaino, in borsa, sulle tue spalle, c’è tutto quello ti è rimasto.

Ho fatto questo piccolo esercizio ogni giorno, per sessanta secondi, sulle strade del Portogallo e della Spagna. Ogni giorno ho cercato di immedesimarmi in una persona stanca, ma non per scelta, una persona che non ha un albergo o un ostello o una tenda a cui dirigersi, qualcuno che ha solo un punto di partenza, ma non sa quando e come o dove arriverà. È insopportabile. È stato insopportabile ed era solo una simulazione.

Una cosa è capire razionalmente cosa vuol dire essere un migrante, un profugo, uno “scappato da casa”, un’altra è sentirla con il corpo. Con i piedi doloranti e la polvere della strada addosso. Se hai il minimo dubbio su come dovremmo comportarci con chi scappa da casa per venire a chiederci aiuto vale la pena di provarci.

(dedicato a Jo Cox, una che “In what spare time she has Jo enjoys climbing Scottish munros, running and cycling.”)

Trovare il proprio spazio per pensare

Trovare il proprio spazio per pensare

Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.” scrive Luisa Carrada, commentando il dibattito sulla necessità, in tempi digitali, di continuare a insegnare a scrivere con la penna prima che con la tastiera. Io non potrei essere più d’accordo, ma quello che sfugge spesso a questi dibattiti (e che Luisa coglie al volo) è che ci servono entrambe e che troppo spesso nel difenderne una rischiamo di perdere o di biasimare inutilmente l’altra.

Io da tempo sto riflettendo sul contesto in cui pensiamo e cioè sull’importanza dello spazio in cui scriviamo/annotiamo/schizziamo e non solo del modo in cui lo facciamo. Non sto parlando solo di spazi di scrittura, ma di pensiero, di progettazione, di ideazione.
Chiunque abbia a che fare con la progettazione oggi sa quanto è importante avere a disposizione formati diversi: si usano post-it quadrati per identificare pensieri finiti e definiti, si appendono fogli grandi a un muro per poter guardare questi pensieri da una prospettiva diversa e spostarli in ordine di priorità o cronologico, si scrive o si disegna direttamente sui muri per presidiare a lungo uno spazio e un tempo. La lavagna kanban , che sia fatta con Trello, con dei post-it su una parete o in modi più personali (nella foto sotto vedete la mia) è il simbolo della presa di coscienza dell’importanza del contesto per favorire e organizzare il pensiero, individuale e di gruppo.

scrivania per pensare

Il punto qui non è solo che progettando si scrive a mano: che ci piaccia o no, si scrive a mano anche quando si usa la tastiera o il touch, a meno che voi non digitiate con il pensiero. La penna, la matita o un pennarello sono tecnologie tanto quanto il computer e imparare a scrivere è un processo lungo e complesso, per niente naturale o spontaneo. È vero, con la penna si crea il segno che nella tastiera è già disponibile, impegnando il cervello e il corpo in modo diverso, ma quello che fa la differenza (per me) è il contesto in cui penso, in cui il piacere/risultato del pensiero dipende da un insieme di fattori, non certo solo dallo strumento con cui produco dei segni. Prendere appunti a penna per me funziona meglio quando voglio fissare dei punti che non guarderò mai più, ma se devo scrivere qualcosa di compiuto il mio cervello lavora molto meglio con una tastiera. Se devo pensare a soluzioni nuove non devo scrivere un testo, ma organizzare delle idee nello spazio su un foglio molto grande. Se devo mettere in ordine tante idee mi trovo meglio a scriverle su post-it molto piccoli, perché per funzionare devono essere chiare anche solo da una parola o da un disegno. Se mi serve più spazio per esprimerle scopro che devo pensarci ancora.
Non datemi fogli a righe o quadretti, perché ho bisogno di spazio bianco, se possibile orizzontale e non datemi fogli digitali affollati: quando scrivo senza pensarci troppo prima, come adesso, ho bisogno di ambienti come Quip, come Medium o come Noisli, che hanno il bianco intorno.

Siete sicuri che le distrazioni siano le notifiche dei social media? Per me distrazione è una serie di iconcine in alto e intorno, e lo sa bene WordPress che ha previsto il “distraction free writing” che non è un blocco del mondo intorno, ma delle funzionalità intorno. Idem per il sonoro: Noisli fornisce una serie di suoni d’ambiente che vanno dal classico fuoco acceso o rumore del mare fino a suoni considerati da molti rumori, come il chiacchiericcio in un bar. Io ho scoperto di funzionare molto meglio in un bar affollato di sconosciuti che chiacchierano, ma se le voci sono di persone che conosco (come capita spesso quando scrivi in casa) mi distraggo immediatamente.

Non è un caso che proprio Moleskine sia capace di interpretare perfettamente i bisogni e di risolvere agilmente i problemi dei suoi clienti, clienti che in teoria avrebbero dovuto abbandonarla da tempo: Moleskine non produce taccuini, produce ambienti di pensiero e di scrittura. Infatti è perfettamente a suo agio anche con il software: TimePage, la loro agenda digitale, è perfetta per chi, come me, ha bisogno di bellezza e ordine, ma non di seriosità. È perfetta fin dal nome: è la pagina del tempo e la promessa è di vedere il tempo “scorrere come un flusso”, senza interruzioni.
Idem per lo “Smart writing set” non è semplicemente una penna che registra, trasmette disegni e scrittura a mano (con OCR), perché hanno progettato un contesto di scrittura che metta insieme atomi e bit, non solo la funzionalità tecnologica. Come Lego, Moleskine ha intuito che noi non vogliamo scegliere tra atomi e bit, tra giochi e storie, ma vogliamo combinarli al meglio per goderceli entrambi.

Lo spazio in cui pensiamo è affascinante anche perché è personale e riflette i cambiamenti della nostra personalità: cambia da persona a persona, cambia nel tempo, anche nell’arco di una giornata, cambia a seconda del tipo di pensiero. Io per quanto ci provi non riesco ancora ad abituarmi a scrivere parlando, per esempio: in teoria è una grandissima comodità, in pratica, per me, è una montagna da scalare. Ascoltare in diretta quello che penso mi sembra osceno, vederlo comprarire sul foglio è un piacere: spero di superare presto questa difficoltà perché spesso mi blocca lavorando con altri e perché il contesto in cui penso meglio non prevede né penna né tastiera, ed è per strada (camminando, correndo, in bici). Forse non ce la farò mai e per ora sono ancora capace di fare a memoria quello che possiamo definire “sbobinare il cervello”: andare in giro, cazzeggiare, divertirsi, nutrirsi e poi trovare il contesto giusto per fermare la soluzione che solo così arriva alla coscienza, che sia un testo, una storia, un piano editoriale o una sceneggiatura. Vi suggerisco solo di non farvi fregare: se pensate meglio chiusi in un ufficio con una tastiera, quello è il vostro spazio creativo, l’importante è individuarlo e restarci dentro finché non ne scoprite un altro migliore. Vi sentite chiusi, grigi, stanchi e bloccati? Cambiate il formato in cui cercate di sbobinare le idee che ancora non sapete di avere, ma cercate il vostro, non quello giusto per la persona media, che non è altro che la media delle persone, cioè un’astrazione.

Istruzioni per rendersi felici

1) far finta di essere bionde (anche se sei un uomo)
2) mangiare tante friselle con olio pugliese, pomodori buonissimi e il tonno di Torre Colimena
3) continuare a muoversi anche da fermi (basta pensare)

Corsi di primavera

Quest’inverno è volato anche grazie alle persone conosciute ai corsi che ho organizzato e ai Master in cui insegno (SPD, IED e NABA): persone diverse, professionisti in un caso, futuri talenti negli altri, ma tutte accomunate da passione, entusiasmo e un fortissimo desiderio di volare alto e capire per fare meglio il proprio lavoro.

Imparami l’Internet

Educare/educarsi nell'ambiente digitaleQualche mese fa ho chiesto il vostro aiuto per una piccola inchiesta su come si comportano gli adulti quando tornano sui banchi, che mi è stata utilissima sia per riprogettare i miei corsi (e idearne di nuovi) sia per scrivere un contributo per il Mediascapes Journal. Il paper “Imparami l’Internet” è finalmente disponibile nel numero appena uscito, Educare/educarsi nell’ambiente digitale.

I consigli di lettura per “Design Thinking”

design-thinkingIl 22 febbraio c’è la nuova edizione di “Design Thinking (a modo nostro)”: io, Mauro Pellegrini e Filippo “gallizio” Pretolani prendiamo una tecnica anglosassone ormai rodata e la adattiamo al nostro essere italiani, latini, mediterranei: un po’ più cialtroni, molto più creativi. Smontare e rimontare è la nostra parola d’ordine: guardare qualcosa come se fosse la prima volta, farla a pezzi e rimetterla insieme e vedere cosa succede, e poi ripetere. È un po’ come yoga: sembra facile, ma serve molto allenamento.

Il 2016 in sei consigli

1) Se non c’è una soluzione è il caso di testarne tante

Corso abbinato: Design Thinking (22 febbraio 2017)

2) Adesso che Internet è ovunque riesci a capire perché avere una strategia solo digitale è un errore clamoroso?

Corso abbinato: Strategia di comunicazione (aprile 2017)

3) la comunicazione digitale dev’essere in continuità informativa o narrativa con l’esperienza fisica del prodotto o del servizio

Corso abbinato: Basi di storytelling (9 febbraio 2017)

4) Il tuo nuovo obiettivo è far venire voglia di parlare bene di te: se ti rendi utile è più facile

Corso abbinato: Social Content (15 marzo 2017)

5) La socialità non dipende dal canale usato ma dalla considerazione degli interessi dei clienti nei contenuti o nelle attività proposte; se non vuoi/puoi farlo, compra l’attenzione, risparmierai.

Corso abbinato: Social Content (15 marzo 2017)

6) Non è cosa fai, ma come lo fai: niente funziona solo grazie alle sue caratteristiche intrinseche

Corso abbinato: Basi si storytelling (9 febbraio 2017)

I consigli sono gratis, i corsi costano 260 euro + IVA (ma per i più veloci ci sono ancora posti a 160 euro + IVA).

Tutti i corsi sono a Milano al Copernico, durano sei ore (10/17) e i docenti siamo io e a volte Filippo Pretolani (nelle debite proporzioni).

corsi2016