Il genio dell’accoglienza

Il genio dell’accoglienza

Parto dalla fine, da un tweet:

Social Media Journalism

I libri degli amici sono un casino. Se sono brutti ti imbarazzi, se sono belli rosichi. Leggendo Social Media Journalism di Barbara Sgarzi ho rosicato, ma con gusto: è un manuale perfetto e finalmente so cosa consigliare a chi mi chiede un testo per approfondire insieme buone pratiche e strumenti. È pensato per i giornalisti, ma sarà molto utile a chiunque voglia gestire contenuti di ogni tipo rispettando l’intelligenza dei destinatari e lavorando per obiettivi concreti e misurabili. Perché i social media sono interessanti solo se ci fai qualcosa di interessante.

Su meriti e colpe dei media lascio la parola a Barbara:

Sgombriamo subito il campo dal padre di tutti gli equivoci: non è che bufale, notizie non verificate, svarioni, errori di vario genere, foto sbagliate siano “colpa” di Internet. Sono sempre esistiti. Errare è umano e il giornalismo è fatto di persone. Se una colpa vogliamo imputare all’online, può essere quella della maggiore rapidità. Della possibilità, ormai alla portata di tutti, di contribuire a diffondere informazioni non verificate. Ma, ancora una volta, non diamo la colpa allo strumento: lo strumento fa ciò che gli diciamo di fare e un giornalismo più consapevole sulle reti sociali parte proprio da qui. Dall’impegno costante alla verifica, al controllo. Dal senso di responsabilità che ci deve fermare prima di postare, condividere, ritwittare informazioni in divenire. In molti casi non bisogna scomodare neppure la deontologia: si tratta di semplice buon senso. Non per niente, molte delle citazioni di questo capitolo non sono recentissime, ma risalgono ai primi dibattiti sulla necessità di verifica online. I principi fondamentali non cambiano. Solo, sono spesso ancora disattesi.

La presentazione milanese è da Open (Viale Montenero 28) il 24 alle 19: ci vediamo lì?

La differenza tra storia e narrazione (o del come avrei fatto io)

Io non sono femminista, ma…

No, non va bene, riproviamo, che è come dire “ho tanti
amici gay”, la classica frase che significa che stai per dire qualcosa che la contraddice. E per contratto, essendo l’ambasciatrice italiana dello “YES, AND” non posso usare la parola BUT.

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

Una bella sorpresa: il nuovo sito Enel

BuzzooleLa comunicazione è azione, oggi più che mai. Lo è sempre stata, ma i media digitali, permettendo a destinatari una maggiore libertà di movimento, fanno cascare l’asino molto prima. Vediamo tutti i giorni aziende che si dicono veloci con siti lenti. Brand che si proclamano innovativi e sbandierano trionfali il loro arrivo su social network ormai maturi. Servizi che dichiarano di voler semplificare la vita dei cittadini con siti e interfacce incredibilmente complesse.

Vieni a BTO 2016?

La prima volta che io e Filippo, invitati da Roberta Milano, ci siamo affacciati a Buy Tourism Online nel 2011 abbiamo capito di aver sbagliato tutto, ma per fortuna abbiamo fatto in tempo a rendercene conto e ad adattarci. Siamo arrivati convinti di essere un corpo estraneo ospite di una galassia aliena, ma dopo pochi minuti ci sentivamo come quando prendi una casa per le vacanze con tanti amici e scopri che niente è come ti aspettavi. Per noi è una sensazione meravigliosa, ma può anche spaventare.

Il magico potere del parlare meno e meglio

Marie Kondo è una ragazza giapponese che, di lavoro, aiuta persone in tutto il mondo a liberarsi del superfluo. Ha pubblicato un libro – Il magico potere del riordino – che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Una sua giornata di formazione costa 1500 dollari e, se ve lo potete permettere, lei stessa viene a casa vostra e vi aiuta a eliminare tutto quello che non vi emoziona più (magari regalandolo). Per noi europei, carichi di storia come siamo, è una nemesi; per milioni di persone, adoranti o scettiche, una salvezza. Buttare i pesi. Fare spazio. Avere aria.

Io sogno una Marie Kondo della comunicazione e, in mancanza, mi alleno per diventarlo. Sono disordinata ovunque, ma con le parole degli altri mai. Ho lavorato per anni come copywriter, un lavoro che ti fa sembrare un tweet una sbrodolata: sono allenata a creare mondi in 40 caratteri, altro che 140. Perché dire una cosa dieci volte se puoi dirla bene una volta sola? I motori di ricerca insegnano: meglio un post ben scritto e continuamente rifinito di cento post fatti di parole fritte.

Eliminare il superfluo fa bene a tutti, ma io sogno una Marie Kondo dell’informazione giornalistica e della comunicazione aziendale, prima che personale. L’enorme volume di chiacchiere che inonda la rete, in fondo, è facilmente gestibile: gli strumenti per silenziare chi ci disturba sono già sofisticati, basta volerli usare. Una parola di troppo può uccidere, è vero, ma ho ambizioni minori: ridurre il rumore prima di affrontare la violenza verbale.
Parlando di rumore è la comunicazione aziendale il problema, soprattutto quando paga per saturare tutti gli spazi: aziende, editori e personaggi pubblici concentratissimi ad aumentare i volumi, mentre solo pochissimi si preoccupano di aumentare il valore. La soluzione non è il silenzio, ma il significato.

Valore, non volume è la formula consigliata agli editori da Pierluca Santoro, una formula che adesso non è premiata dal mercato pubblicitario, avido di click che gonfiano e non nutrono nessuno. Volume vuol dire fare 40 lanci al giorno senza neanche una notizia interessante, volume vuol dire scrivere paginate di informazioni non verificate e non verificabili, volume vuol dire rendere necessario lo smascheramento degli smascheramenti, volume vuol dire i video divertenti a destra delle notizie tragiche, volume vuol dire tutorial che non insegnano nulla, liste di liste, gallery di gallery. Marie Kondo ti insegna a piegare le magliette in modo da raddoppiare la capienza dei cassetti e trovare subito quella che cerchi, io, anche grazie a iniziative come Parole O_stili, vorrei provare a insegnare ai miei clienti a moltiplicare il valore delle parole riducendone la quantità: perché restino, perché pesino, perché alleggeriscano, pur continuando a vendere.

Guida viziata al Cammino Portoghese per Santiago di Compostela

Per il mio primo viaggio a piedi ho scelto di andare a Santiago di Compostela perché, da quando ho letto L’acchiappasogni di Stephen King, so che per non sbagliare strada devo cercare e seguire la riga gialla e quando la perdo di vista mi sento smarrita.

Appunti per vivere meglio in bici

condividere la strada - Pierre BotherelA giugno, dopo un bel pranzo all’aperto, chiacchieravo con un amico mentre andavamo insieme verso la libreria dove avevo appuntamento con un cliente. Eravamo allegri e forse un po’ distratti e, all’improvviso, una frenata, urla, un gran spavento ma per fortuna tutto bene: avevamo quasi investito una ciclista che stava uscendo da un passo carrabile altrettanto allegramente di noi.
Normale amministrazione? Fino a un certo punto, perché eravamo in bici anche noi.

L’agenda di settembre

Credo di poterlo accettare, ormai: è settembre, sono tornata, niente mare, niente montagna, tanto computer. Ma anche: cinema, amici, negozi, incontri, bici e la parte preferita del mio lavoro, le presentazioni. Nei prossimi giorni mi trovate qui:

il 16 settembre, allo IULM, alle 10, un incontro organizzato da Assorel: un “confronto tra giornalisti e comunicatori sui temi dell’informazione che cambia e il rischio di perdita di ruolo di entrambe le professioni di fronte alla disintermediazione.”
assorel
il 17 settembre, al TAG Calabiana, alle 11, una tavola rotonda del FashionCamp: “Il viaggio sostenibile”
il 18 settembre (e il 9 ottobre a Roma) un workshop molto cinico (infatti questo è a pagamento)
il 23 settembre cose di cuore (e di pancia): presento l’ultimo libro di Daniela Farnese, Donnissima. donnissima
il 25 settembre, all’Altroconsumo Festival, alle 15, la tavola rotonda “Digital Disruption. Cosa è accaduto nel mondo dei media e cosa sta accadendo nel mondo della Sharing Economy

E poi mi fermo un attimo, per raccogliere pensieri ed energie in attesa del primo corso “Vitamina D”, il 3 ottobre con il Design Thinking (a modo nostro).

Star Wars e il viaggio dell’eroe

No al body shaming, no allo shame shaming

Sono coetanea di Naomi Campbell, ho qualche anno in meno di Tatjana Patitz e qualche anno in più di Kate Moss. Avete mai sentito parlare delle Supermodel, in particolare le Big Six? Erano le modelle, no, le donne più belle del mondo e mentre la mia autostima perdeva i dentini da latte loro uscivano dalle passerelle per diventare delle vere proprie divinità.

Le campagne non le porta la cicogna

Ogni tanto mi capita di spiegare che, per quello che vedo, la capacità di esprimersi per iscritto delle persone negli ultimi anni è migliorata tantissimo (soprattutto considerando che si partiva da un livello patetico), mentre è in caduta libera la qualità della scrittura professionale. Lo so, sembra una boutade: la pochezza media delle conversazioni che leggiamo online è evidente, è alla portata di tutti. Quello che non è alla portata di tutti invece è l’analisi della scrittura professionale, soprattutto quando la professione è quella del comunicatore.
Nel tritacarne della qualità dovuto all’abbassamento dei budget pubblicitari e di comunicazione la figura più sacrificata infatti è proprio quella dedicata a trasformare i contenuti da esprimere in messaggi testuali, il copywriter.

Sessanta secondi da profugo

Nei prossimi giorni, quando avrai un po’ di tempo libero, preparati per una lunga camminata. Non serve molto: abiti adatti al clima, meglio se traspiranti, scarpe comode, uno zaino in cui mettere tutto quello che ti può servire lontano da casa.
Carica il telefono, prendi un po’ di soldi, un documento, una carta di credito, una bottiglia d’acqua, una barretta e un frutto; se non hai voglia di fermarti a mangiare per strada preparati un panino. Esci di casa e raggiungi il posto da cui partire, va benissimo anche se ci vai in auto o con un qualsiasi mezzo. E poi fai il primo passo e cammina, cammina finché non sei stanco.
Non è importante quanta strada fai, non importa quanto vai veloce e puoi fermarti quando vuoi, ma è importante che tu vada un po’ più lontano di quello che per te è normale. Per me, che sono appena tornata da un viaggio a piedi, sono circa venti chilometri. Per te possono anche essere due, o cinque, o cinquanta. Devi essere quasi sfinito e sentirti lontano da casa.
Quando sarai arrivato a questo punto te ne accorgerai facilmente: cominci a camminare come una papera, ti senti impolverato e accaldato, non sogni altro che di toglierti le scarpe, fare una bella doccia e poi rilassarti sul divano.
A questo punto ti chiedo di fare un piccolo sforzo. Non più fisico, ma mentale.

Frontiera PortogalloImmagina per sessanta secondi – un minuto – che non ci sia nessuna doccia. Nessun posto dove togliersi le scarpe. Nessun divano dove riposare, ma che dico divano? Immagina che non ci sia nessun posto dove andare e nessuna accoglienza in vista. Immagina che il tuo documento non ti permetta di andare avanti e di non poter tornare indietro. Immagina che i soldi che hai dovranno durare a lungo; immagina quanto diventa difficile scegliere come spenderli. Controlla la batteria del telefono non sapendo quando potrai caricarlo di nuovo. Sei stanco, sei sfinito e non vedi l’ora di tornare a casa, ma non hai più una casa e nessuno sembra disposto ad aprirti la sua. Immagina di non poterti nemmeno sedere sul ciglio della strada perché hai paura che ti prendano. Nello zaino, in borsa, sulle tue spalle, c’è tutto quello ti è rimasto.

Ho fatto questo piccolo esercizio ogni giorno, per sessanta secondi, sulle strade del Portogallo e della Spagna. Ogni giorno ho cercato di immedesimarmi in una persona stanca, ma non per scelta, una persona che non ha un albergo o un ostello o una tenda a cui dirigersi, qualcuno che ha solo un punto di partenza, ma non sa quando e come o dove arriverà. È insopportabile. È stato insopportabile ed era solo una simulazione.

Una cosa è capire razionalmente cosa vuol dire essere un migrante, un profugo, uno “scappato da casa”, un’altra è sentirla con il corpo. Con i piedi doloranti e la polvere della strada addosso. Se hai il minimo dubbio su come dovremmo comportarci con chi scappa da casa per venire a chiederci aiuto vale la pena di provarci.

(dedicato a Jo Cox, una che “In what spare time she has Jo enjoys climbing Scottish munros, running and cycling.”)

Trovare il proprio spazio per pensare

Trovare il proprio spazio per pensare

Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.” scrive Luisa Carrada, commentando il dibattito sulla necessità, in tempi digitali, di continuare a insegnare a scrivere con la penna prima che con la tastiera. Io non potrei essere più d’accordo, ma quello che sfugge spesso a questi dibattiti (e che Luisa coglie al volo) è che ci servono entrambe e che troppo spesso nel difenderne una rischiamo di perdere o di biasimare inutilmente l’altra.

Io da tempo sto riflettendo sul contesto in cui pensiamo e cioè sull’importanza dello spazio in cui scriviamo/annotiamo/schizziamo e non solo del modo in cui lo facciamo. Non sto parlando solo di spazi di scrittura, ma di pensiero, di progettazione, di ideazione.
Chiunque abbia a che fare con la progettazione oggi sa quanto è importante avere a disposizione formati diversi: si usano post-it quadrati per identificare pensieri finiti e definiti, si appendono fogli grandi a un muro per poter guardare questi pensieri da una prospettiva diversa e spostarli in ordine di priorità o cronologico, si scrive o si disegna direttamente sui muri per presidiare a lungo uno spazio e un tempo. La lavagna kanban , che sia fatta con Trello, con dei post-it su una parete o in modi più personali (nella foto sotto vedete la mia) è il simbolo della presa di coscienza dell’importanza del contesto per favorire e organizzare il pensiero, individuale e di gruppo.

scrivania per pensare

Il punto qui non è solo che progettando si scrive a mano: che ci piaccia o no, si scrive a mano anche quando si usa la tastiera o il touch, a meno che voi non digitiate con il pensiero. La penna, la matita o un pennarello sono tecnologie tanto quanto il computer e imparare a scrivere è un processo lungo e complesso, per niente naturale o spontaneo. È vero, con la penna si crea il segno che nella tastiera è già disponibile, impegnando il cervello e il corpo in modo diverso, ma quello che fa la differenza (per me) è il contesto in cui penso, in cui il piacere/risultato del pensiero dipende da un insieme di fattori, non certo solo dallo strumento con cui produco dei segni. Prendere appunti a penna per me funziona meglio quando voglio fissare dei punti che non guarderò mai più, ma se devo scrivere qualcosa di compiuto il mio cervello lavora molto meglio con una tastiera. Se devo pensare a soluzioni nuove non devo scrivere un testo, ma organizzare delle idee nello spazio su un foglio molto grande. Se devo mettere in ordine tante idee mi trovo meglio a scriverle su post-it molto piccoli, perché per funzionare devono essere chiare anche solo da una parola o da un disegno. Se mi serve più spazio per esprimerle scopro che devo pensarci ancora.
Non datemi fogli a righe o quadretti, perché ho bisogno di spazio bianco, se possibile orizzontale e non datemi fogli digitali affollati: quando scrivo senza pensarci troppo prima, come adesso, ho bisogno di ambienti come Quip, come Medium o come Noisli, che hanno il bianco intorno.

Siete sicuri che le distrazioni siano le notifiche dei social media? Per me distrazione è una serie di iconcine in alto e intorno, e lo sa bene WordPress che ha previsto il “distraction free writing” che non è un blocco del mondo intorno, ma delle funzionalità intorno. Idem per il sonoro: Noisli fornisce una serie di suoni d’ambiente che vanno dal classico fuoco acceso o rumore del mare fino a suoni considerati da molti rumori, come il chiacchiericcio in un bar. Io ho scoperto di funzionare molto meglio in un bar affollato di sconosciuti che chiacchierano, ma se le voci sono di persone che conosco (come capita spesso quando scrivi in casa) mi distraggo immediatamente.

Non è un caso che proprio Moleskine sia capace di interpretare perfettamente i bisogni e di risolvere agilmente i problemi dei suoi clienti, clienti che in teoria avrebbero dovuto abbandonarla da tempo: Moleskine non produce taccuini, produce ambienti di pensiero e di scrittura. Infatti è perfettamente a suo agio anche con il software: TimePage, la loro agenda digitale, è perfetta per chi, come me, ha bisogno di bellezza e ordine, ma non di seriosità. È perfetta fin dal nome: è la pagina del tempo e la promessa è di vedere il tempo “scorrere come un flusso”, senza interruzioni.
Idem per lo “Smart writing set” non è semplicemente una penna che registra, trasmette disegni e scrittura a mano (con OCR), perché hanno progettato un contesto di scrittura che metta insieme atomi e bit, non solo la funzionalità tecnologica. Come Lego, Moleskine ha intuito che noi non vogliamo scegliere tra atomi e bit, tra giochi e storie, ma vogliamo combinarli al meglio per goderceli entrambi.

Lo spazio in cui pensiamo è affascinante anche perché è personale e riflette i cambiamenti della nostra personalità: cambia da persona a persona, cambia nel tempo, anche nell’arco di una giornata, cambia a seconda del tipo di pensiero. Io per quanto ci provi non riesco ancora ad abituarmi a scrivere parlando, per esempio: in teoria è una grandissima comodità, in pratica, per me, è una montagna da scalare. Ascoltare in diretta quello che penso mi sembra osceno, vederlo comprarire sul foglio è un piacere: spero di superare presto questa difficoltà perché spesso mi blocca lavorando con altri e perché il contesto in cui penso meglio non prevede né penna né tastiera, ed è per strada (camminando, correndo, in bici). Forse non ce la farò mai e per ora sono ancora capace di fare a memoria quello che possiamo definire “sbobinare il cervello”: andare in giro, cazzeggiare, divertirsi, nutrirsi e poi trovare il contesto giusto per fermare la soluzione che solo così arriva alla coscienza, che sia un testo, una storia, un piano editoriale o una sceneggiatura. Vi suggerisco solo di non farvi fregare: se pensate meglio chiusi in un ufficio con una tastiera, quello è il vostro spazio creativo, l’importante è individuarlo e restarci dentro finché non ne scoprite un altro migliore. Vi sentite chiusi, grigi, stanchi e bloccati? Cambiate il formato in cui cercate di sbobinare le idee che ancora non sapete di avere, ma cercate il vostro, non quello giusto per la persona media, che non è altro che la media delle persone, cioè un’astrazione.

Istruzioni per rendersi felici

1) far finta di essere bionde (anche se sei un uomo)
2) mangiare tante friselle con olio pugliese, pomodori buonissimi e il tonno di Torre Colimena
3) continuare a muoversi anche da fermi (basta pensare)

Corsi di primavera

Quest’inverno è volato anche grazie alle persone conosciute ai corsi che ho organizzato e ai Master in cui insegno (SPD, IED e NABA): persone diverse, professionisti in un caso, futuri talenti negli altri, ma tutte accomunate da passione, entusiasmo e un fortissimo desiderio di volare alto e capire per fare meglio il proprio lavoro.

Imparami l’Internet

Educare/educarsi nell'ambiente digitaleQualche mese fa ho chiesto il vostro aiuto per una piccola inchiesta su come si comportano gli adulti quando tornano sui banchi, che mi è stata utilissima sia per riprogettare i miei corsi (e idearne di nuovi) sia per scrivere un contributo per il Mediascapes Journal. Il paper “Imparami l’Internet” è finalmente disponibile nel numero appena uscito, Educare/educarsi nell’ambiente digitale.

I consigli di lettura per “Design Thinking”

design-thinkingVenerdì 29 gennaio c’è la prima edizione milanese di “Design Thinking (a modo nostro)”: io e Filippo “gallizio” Pretolani prendiamo una tecnica anglosassone ormai rodata e la adattiamo al nostro essere italiani, latini, mediterranei: un po’ più cialtroni, molto più creativi. Smontare e rimontare è la nostra parola d’ordine: guardare qualcosa come se fosse la prima volta, farla a pezzi e rimetterla insieme e vedere cosa succede, e poi ripetere. È un po’ come yoga: sembra facile, ma serve molto allenamento.

Il 2016 in sei consigli

1) Se non c’è una soluzione è il caso di testarne tante

Corso abbinato: Design Thinking (31 ottobre)

2) Adesso che Internet è ovunque riesci a capire perché avere una strategia solo digitale è un errore clamoroso?

Corso abbinato: Strategia di comunicazione (febbraio 2017)

3) la comunicazione digitale dev’essere in continuità informativa o narrativa con l’esperienza fisica del prodotto o del servizio

Corso abbinato: Basi di storytelling (2 novembre)

4) Il tuo nuovo obiettivo è far venire voglia di parlare bene di te: se ti rendi utile è più facile

Corso abbinato: Content Marketing (1/8 novembre)

5) La socialità non dipende dal canale usato ma dalla considerazione degli interessi dei clienti nei contenuti o nelle attività proposte; se non vuoi/puoi farlo, compra l’attenzione, risparmierai.

Corso abbinato: Social Media Plan (23 novembre)

6) Non è cosa fai, ma come lo fai: niente funziona solo grazie alle sue caratteristiche intrinseche

Corso abbinato: Laboratorio di storytelling (11 aprile) e Laboratorio di scrittura (marzo 2017)

I consigli sono gratis, i corsi costano 260 euro + IVA (ma per i più veloci ci sono ancora posti a 166 euro + IVA per molti corsi).

Tutti i corsi sono a Milano al Copernico, durano sei ore (10/17) e i docenti siamo io e Filippo Pretolani (nelle debite proporzioni).

corsi2016

Come evitare il digital detox

darthImmagino che tutti, prima o poi, abbiano fatto o pensato di iniziare una dieta: un radicale cambio di alimentazione fatto di attenzione, controllo, rinunce e sacrifici. Chi c’è riuscito avrà familiarità con quello che succede: non tanto la fame, che per fortuna le diete da fame sono state giustamente messe da parte, ma la sequenza di nervosismo-esaltazione-risultato-sensazione di invincibilità-ritorno al peso di prima.

Il cugino del pandoro

Il cugino del pandoro

(Anche quest’anno mi faccio un regalo di Natale e metto in fila un po’ di fastidi che mi hanno accompagnato per tutto l’anno e che ho messo a tacere finché non li ho visti riecheggiare qua e là. È un regalo anche per chi apprezza il confronto aperto: mettete le code di paglia nelle mutande e godiamoci il passo avanti che potremmo fare tutti insieme)

La riconoscibilità sensoriale negli occhi di un bambino

In questi giorni, come credo molti adulti, sto rivedendo tutta la saga di Guerre Stellari con un bambino: il mio ha otto anni, non è mio figlio, ma da quando era piccolo passa con me molto tempo e gran parte di questo tempo insieme lo passiamo guardando film. Il primo film vero che gli ho fatto vedere è stato ET e quando la mattina dopo si è svegliato chiedendo “ancora bambini in bicicletta” ho capito che, ancora una volta, il cinema è un rilevatore di affinità molto più potente dell’età (aveva tre anni). Un po’ di tempo dopo abbiamo visto insieme Guerre Stellari, quello vero, cioè il primo, cioè il quarto. Il padre e la sorella se lo sono dormito tutto, io mi sono emozionata come al solito, a lui è piaciuto, ma molto meno di altri film. Un po’ ne soffrii, ma poco.

Quest’estate torno alla carica: in vista dell’uscita di Episode VII a dicembre, gli dico, dobbiamo allenarci e arrivare preparati. Li rivediamo tutti insieme, ti va? Gli va. La sorpresa, però, è che complice il marketing ma soprattutto il transmedia editoriale – videogiochi! fumetti! parodie! – l’eccitazione sale, sale, sale e diventa, esattamente come quando avevo otto anni io, magia pura.

Anche per questo ho ceduto su due fronti: niente Machete Order, ma ordine degli Episodi (utile per capire se la trilogia “vera” perdeva forza) e ne abbiamo visti in inglese solo due (Episode I, per troppa bruttezza e Episode V, per troppa bellezza).

È stato un regalo, un regalo vero. La sua eccitazione e la sua agitazione mi hanno riconciliato anche con la trilogia tarocca, ed è tutto dire. Ma rivedere film così vecchi con un bambino così cinefilo mi ha fatto un regalo professionale non da poco, e cioè mi ha dimostrato ancora una volta il potere della riconoscibilità visiva, anzi, sensoriale. Nei primi venti minuti di Star Wars (1977) infatti ci sono e lui li ha riconosciuti al volo: i Minions, Wall-e e la fascinazione per le gif animate. Ecco le prove.

1) Mafe ma sono i Minions!

 

2) Mafe ma c’è anche Wall-E!+

 

3) Ecco da dove vengono le gif animate! (ok, questo l’ho detto io)

 

Il tafazzismo dei Mad Men

Grazie a Paolo Ratto ho potuto esprimere il disagio che provo da molto tempo nel veder continuamente liquidare il rispetto e l’attenzione per il cliente come una marginale questione di etica e non invece come il modo migliore di perseguire il proprio interesse nella situazione di affollamento di offerta in cui ci troviamo che ha portato, tra l’altro, alla crescita dei software di ad blocking. Nell’intervista spiego, per esempio, come la goffaggine aziendale sui social media abbia spinto molte persone a rifugiarsi in spazi privati, perdendo per sempre la possibilità non solo di raggiungerle ma anche solo di ascoltarle. Dai social media (pubblici) al messaging (privato), dal palcoscenico a libero accesso alla festa in chat con gli amici di sempre: le persone sono sempre anni luce avanti e adattano l’uso dei media ai loro bisogni, a differenza delle aziende che sembrano al perenne inseguimento di quella che credono essere una mandria di buoi, ritrovandosi in una landa desolata in cui social media manager conversano garruli con social media manager, magari analizzandosi il sentiment a vicenda.
È un problema di Internet? È un problema nuovo? Eh, magari.

Il problema dell’affollamento pubblicitario non è così nuovo come molti pensano. Nel 1759 Samuel Johnson scriveva su The Idler: «Gli annunci pubblicitari sono oggi così numerosi, che sono letti con negligenza, ed è perciò divenuto necessario conquistare l’attenzione con magnificenza di promesse, e con eloquenza talvolta sublime e talvolta patetica».
(Il nuovo libro della pubblicità. Giancarlo Livraghi e Luis Bassat, 2005)

Secondo voi la diminuizione dell’efficacia degli spot televisivi alla fine degli anni ’90 è dovuta all’arrivo di Internet o ai break pubblicitari infiniti? Se decenni dopo ci ritroviamo con i software di ad blocking in crescita è colpa delle persone intolleranti o dell’intollerabile pressione pubblicitaria?

Le PR organiche sono vive, ma molto faticose

I compiti prima del corso di storytelling

Il corso “Basi di storytelling” e lo “Storytelling Lab” si avvicinano e per approfittare al massimo del tempo insieme consiglio a tutti di leggere almeno uno dei libri consigliati e/o di vedere questi tre video. In aula mi piacerebbe ci concentrassimo sull’applicazione di queste tecniche al marketing, che è tutta un’altra storia.